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Altro racconto, altro esercizio di anatomia letteraria: si aggiunge un nuovo tassello di Vivisezioni Irrequiete, rubrica dedicata all’analisi di quei testi della narrativa breve che meglio esprimono per noi cosa significhi “raccontare”.

Il mare non bagna Napoli è forse la più nota tra le fatiche letterarie di Anna Maria Ortese. Dei cinque testi che danno forma ibrida alla raccolta, gli ultimi tre si allontanano da un genere esclusivamente narrativo, per imboccare una strada confinante con la via dell’inchiesta; racconti “puri” sono invece i primi due. Il testo di apertura, Un paio di occhiali, è riconosciuto come uno dei racconti più famosi e belli dell’autrice, e nell’analisi della tecnica narrativa, offrirebbe sicuramente ottime riflessioni sullo sguardo e sulla conduzione del punto di vista.

Tuttavia il racconto seguente, Interno familiare, simile per alcuni tratti al primo, ma meno frequentato e dotato di una complessità diversa nella resa del messaggio ortesiano – meno parabolica e più oscura –, possiede tutti i requisiti per impartire una perfetta lezione di stile: quante volte sarà capitato a chiunque cerchi dei consigli di scrittura di sentirsi dire che in ogni racconto qualcosa deve pure accadere, perché la narrazione meriti di essere letta? Eppure, in Interno familiare accade tutto senza che niente accada veramente.

Il racconto bene rappresenta lo sforzo rivolto dall’autrice alla valorizzazione dell’immaginario, dell’ideale come alternativa intelligente, ragionevole, attiva a un mondo che si comprende lacerato e pieno di difetti. Appartiene sì al filone più realista della sua opera, ma si tratta di un realismo di reazione rispetto al neo-realismo del dopoguerra, un realismo “forzato”, che porta il paraocchi della povera gente, di chi osserva solo il percorso davanti a sé; ma che gioca sul riemergere nei personaggi, con brevi palpiti destinati a spegnersi, di uno sguardo critico nei confronti di tale realtà, e della messe di aspirazioni che la schiacciante miseria umana lasciata dal conflitto mondiale ha soppresso sotto a un velo di apatia e accettazione: la frescura e la bellezza del mare, che nessuno riesce più a vedere, a loro volta non riescono a lambire le ferite di questa Napoli o umanità dolente.

In Interno familiare il solito paesaggio di decadenza, come suggerito dal titolo, si involge entro limiti circoscritti nel tempo e nello spazio: il mattino di Natale e l’appartamento della famiglia Finizio, finanziariamente sostenuta dalla figlia maggiore Anastasia, che ha sacrificato forze, autonomia intellettuale e vita sentimentale all’effimera stabilità dei parenti.

Come accennavo, nessun evento rilevante interviene nei preparativi del pranzo di Natale; al contrario tutto quello che di rilevante accade non si verifica nel concreto, ma riguarda l’interiorità di Anastasia: l’ipotesi di salvezza dal suo destino di servitù offertagli dalla notizia del ritorno a Napoli di un uomo che un tempo aveva dimostrato interesse nei suoi confronti, risveglia Anastasia dal torpore dell’esistenza, da lei sempre indossato come uno dei suoi tanti abiti. Ma fin dall’inizio il lettore percepisce la cappa di passività che grava sul racconto: tutto è già successo, ed è facile intuire come tutto sia già stato stabilito, come tutto andrà a finire. Anastasia non farà niente, subirà il destino di invecchiamento che la raccapricciante figura della zia Nana, cieca e sorda nei fatti e alla vita, anticipa per lei.

Dopo un ultimo assaggio del mondo dell’interiorità – la sorpresa per la morte improvvisa di una vicina –, e sopraffatta da tante emozioni prima represse, d’un tratto Anastasia si scopre di nuovo fredda. Nell’universo narrativo della Ortese la vita vera è «sogno», uno squarcio nell’ordinario, mentre è «sonno» ciò che tutti accettano per reale. La rinascita di Anastasia è breve e soltanto immaginaria, e costituisce un’eccezione illusoria contemplata dall’abitudine, al pari delle feste natalizie. Anni fa, su Minima et moralia Rossella Milone scrisse dell’uso dell’omissione in Un paio di occhiali. Si potrebbe azzardare che in Interno familiare l’Ortese ometta e permetta di intuire nel finale le altre mille occasioni di riscatto lasciate passare o rifiutate da Anastasia prima di arrivare ai quarant’anni. Si spiega così come passivamente venga rifiutata anche quest’ultima.

Il titolo insomma allude tanto allo sfondo, casa Finizio, quanto all’ambientazione degli eventi veri e propri: l’interiorità di Anastasia, che ha votato la propria vita interiore alla famiglia e alla casa. Tuttavia il racconto non si focalizza sulla sola protagonista. Il narratore è onnisciente, e nella penetrazione della psicologia dei personaggi, sceglie di oscillare tra il punto di vista di Anastasia e quello della madre. Quest’ultima rappresenta l’anima stessa della famiglia nonché la carceriera di Anastasia: ne sfrutta le risorse economiche e, cercando in ogni maniera di «mortificarla», fa in modo di forgiare per la figlia lo stesso destino di rinuncia e abnegazione che è toccato a lei.

I rapporti in casa Finizio, come l’orrendo presepe appostato nella sala da pranzo, parodiano l’armonia della sacra famiglia festeggiata a Natale. Così, la passività senza vita del dopoguerra, incarnata da Anastasia, e spesso descritta dalla Ortese con toni mortuari, purgatoriali, limbici o peggio, trasforma un interno familiare in un inferno familiare, con una piccola differenza di suono ma una grande differenza di significato. In fin dei conti, l’interiorità di Anastasia si fonda proprio sul suo opposto, la repressione dell’interiorità. Il “dentro” di Anastasia coincide con il “dentro” della famiglia, piccola prigione cui, in maniera chiastica, fa da contraltare il “fuori” che di rado appare di là dalle finestre di casa Finizio: squarci di un azzurro tanto incomprensibile da sembrare falso, un sogno, al di sotto del quale tutta Napoli dorme.

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