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La riflessione di oggi è figlia di una lezione da remoto a cui ho assistito la settimana scorsa con il professore Alberto Cadioli, dell’Università degli Studi di Milano. Nel parlare del lavoro di redazione di un testo, infatti, a un certo punto siamo arrivati a occuparci delle stranezze ortografiche presenti in alcune opere di autori importanti e di come un correttore serio dovrebbe comportarsi nei suoi confronti.

In effetti, si tratta di un problema non scontato, se non si è contatto diretto con lo scrittore perché quest’ultimo non è disposto a collaborare (del rapporto di odi et amo tra autori e traduttori ho parlato qui) o perché è già deceduto. Nel romanzo Paolo il caldo di Vitaliano Brancati, per esempio, si racconta che le signore di Catania vanno a prendere le arance in calesse a Francoforte (metropoli tedesca), anziché a Francofonte (paesino della provincia siracusana, nell’entroterra siciliano), e che costituisce quindi una svista a tutti gli effetti. Più plausibile, infatti, è che ci si spostasse nel raggio di un centinaio di chilometri, anziché dall’altra parte dell’Europa, sebbene ne I Meridiani i redattori continuino a mantenere la prima versione autoriale.

Non tutti i casi, però, sono così semplici da risolvere. Ne L’Adalgisa di Carlo Emilio Gadda, giusto per citarne uno, appare il sostantivo “signorina” in tedesco con quella che noi chiameremmo dieresi (e che oltralpe è definita umlaut) collocata sulla lettera sbagliata: Fraülein sostituisce, pertanto, la forma corrente (e corretta) Fräulein. Se ci poniamo dal punto di vista della correttezza formale, una simile leggerezza andrebbe corretta subito, mentre, se pensiamo al tentativo di riprodurre il termine secondo il dialetto lombardo con cui Gadda voleva giocare, ci rendiamo conto che non sarebbe forse adeguato intervenire. Non per niente, l’autore ha inserito una postilla alla prima edizione per correggere l’uniformazione che era stata suggerita in precedenza dal redattore editoriale.

Simile è la circostanza che ha portato Giorgio Bassani a eliminare da Il Gattopardo alcune scelte ortografiche ben ponderate da Giuseppe Tomasi di Lampedusa scambiandole per degli errori – si vedano la celebre scritta sui muri Viva Garibbaldi a opera di alcuni contadini siciliani riportata dall’autore con la doppia b, al fine di sottolinearne la scarsa alfabetizzazione e l’estrazione sociale, e che è diventata per un breve periodo Viva Garibaldi, oppure un cane da caccia tipico delle zone dell’Etna, il cirneco, trasformato dal curatore nell’inesistente cerviero.

Che cos’hanno a che fare queste considerazioni con il mestiere di chi traduce? In primo luogo, un errore non corretto può complicare la vita a chi si sta occupando di trasporlo da una lingua all’altra, specialmente se a propria volta non ha certezze sulle intenzioni autoriali e può solo affidarsi al proprio istinto, buon senso o colpo di fortuna nel trovare informazioni affidabili al riguardo in archivi cartacei o digitali. In secondo luogo, se viene rispettata l’edizione manoscritta, il risultato può causare uno sgradevole effetto di straniamento nei destinatari della cultura di arrivo, dato che un tedesco storcerebbe il naso nel leggere Fraülein al posto di Fräulein, o di fare i conti con Francoforte in una storia di ambientazione sicula, laddove non dovesse esistere un qualche chiarimento riportato in nota.

In terzo luogo, un errore corretto male (penso a Bassani con Tomasi di Lampedusa) rischia di appiattire lo stile dello scrittore e di cancellare a livello internazionale le sue intenzioni (vd. Garibbaldi – Garibaldi), o peggio di mettere in difficoltà chi traduce nel ritrovarsi con parole inesistenti da rendere in un altro idioma, come nel caso del cerviero subentrato al cirneco dell’Etna (che in Germania, per l’appunto, è giunto con un nome inventato, che lo ha reso per metà un cervo e per metà un levriero). Una croce vera e propria, dunque, da maneggiare di volta in volta con cura, e che ci insegna l’importanza di trattare ogni testo con discrezione e scrupolosità. Solo così, d’altronde, si possono svelare con dolcezza i risvolti meno espliciti di un’opera e si riescono a trovare le strategie più adeguate per comportarsi di conseguenza, finendo per considerare la traduzione anche una piccola e rara delizia.

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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