Reading Time: 3 minutes

«Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira», sosteneva il giovane Holden nelp celebre romanzo omonimo di J.D. Salinger. A chi traduce, di solito, viene una voglia simile non solo quando si è portato a termine il lavoro, ma anche e soprattutto mentre lo si sta ancora svolgendo. Telefonare a chi ha scritto l’opera di cui ci si sta occupando, infatti, in alcuni casi sembra l’unico modo per superare certe difficoltà interpretativ, mentre in altri casi sarebbe anche solo di conforto potersi confrontare sul significato di un termine o su una scelta specifica con chi ha firmato il volume che è tra le nostre mani.

D’altronde, il rapporto tra autori e traduttori è quanto di più cruciale esista tra un testo originale e la sua trasposizione in una lingua diversa, quando il primo è ancora vivo e l’altro ha la possibilità di contattarlo. Una delizia, questa, che però si trasforma in un attimo in una croce se, viceversa, lo scrittore è già deceduto portando con sé ogni segreto relativo alla sua produzione, o se decide per ragioni più o meno necessarie e più o meno misantrope di non rendersi disponibile al dialogo.

Non tutti, insomma, sono riconoscenti e sensibili come Daniel Pennac, il quale al riguardo ha dichiarato in occasione delle Giornate della Traduzione Letteraria 2009: «Dite che mi siete grati per il mio atteggiamento generale nei confronti dei traduttori. Quale gratitudine? Che cosa sarebbe l’uomo che io sono, senza voi traduttori? Un uomo che non parla né legge alcuna lingua all’infuori della propria, nemmeno l’inglese (credo peraltro di essere l’ultimo europeo in questa triste condizione), nemmeno l’italiano nonostante i trent’anni di amicizia che ci legano. Quest’uomo ha un bisogno vitale dei traduttori. Voi siete la mia vita. Le mie vite! Grazie a voi i miei libri rinascono e attraversano le frontiere»*.

Se motivo di vicinanza umana e culturale può diventare un intervento come il suo e motivo di insofferenza la mancanza di interesse e di condivisione intellettuale che si verifica in circostanze meno felici, complessa è invece la definizione del caso in cui una chiacchierata con un autore si rivela meno risolutiva del previsto. Personalmente, per esempio, mi è capitato di tradurre un poeta tunisino di espressione francese per la tesi triennale: il suo nome è Moncef Ghachem e per l’occasione ho curato la prima edizione italiana di una sua silloge intitolata Cap Africa.

Una serie di fortunati eventi mi ha portato a conoscere un suo caro amico, catanese come me, che per di più è responsabile di svariati eventi culturali e musicali di spicco nel panorama siciliano. Insieme a lui ho quindi revisionato alcuni passaggi complessi del testo e ho poi avuto il piacere di conoscere in videochiamata l’autore, che ci ha dedicato oltre un’ora del suo tempo dalla cittadina di Mahdia per un’intervista a cui stavamo lavorando e per aiutarmi a sciogliere alcuni dubbi sul testo di partenza. I suoi modi sono stati a dir poco squisiti, la sua disponibilità straordinaria, la sua delicatezza umana un vero regalo: non mi era mai capitato di sentirmi così onorata nel conoscere un intellettuale in 22 anni.

Eppure, nel momento in cui gli ho chiesto delucidazioni su alcuni termini-chiave di una sua breve prosa poetica, sono rimasta a mani vuote. Le sue informazioni erano chiare e pazienti, ma non rispondevano alla mia domanda. Ho cercato di spiegarmi meglio e di renderlo partecipe della mia incomprensione, il tutto naturalmente nella sua madrelingua, ma non c’è stato niente da fare: mi parlava da poeta a poetessa, da uomo a donna, mai da scrittore a traduttrice, e mi ha costretto a compiere alla fine una scelta nata in toto dalle mie capacità di lettura del testo, non dal nostro dialogo.

Non avrei potuto avercela con lui per questo e, anzi, a distanza di anni gli sono ancora grata, perché mi ha insegnato l’arte di riflettere in autonomia, di non dipendere in misura eccessiva dall’esegesi di chi scrive, di pormi in una condizione di ascolto della parola per cui è il testo stesso a dovermi, potermi e sapermi rispondere, e non la mente creativa che lo ha composto. Ciò non toglie che altre e maggiori siano le delizie di chi al telefono risolve ogni dilemma, e tuttavia perfino chi non riesce a farlo ha accesso in un modo o nell’altro a delle risorse preziose alle quali attingere per venire a capo di un problema. Parola di chi, poi, la prosa in questione è riuscita a tradurla e l’ha pubblicata in una rivista letteraria.

*Cfr. Pennac D., in Arduini S. e Carmignani I. (a cura di), L’arte di esitare. Dodici discorsi sulla traduzione, Marcos y Marcos, Milano, 2019, pp. 51-52.

0
Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *