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La vita quotidiana degli scrittori, come ormai si sarà intuito, è costituita da una perenne catena di contraddizioni e paradossi, al punto che spesso i diretti interessati sono i primi a non riuscire a venirne a capo.

Tirare in ballo un microdramma dopo l’altro è un buon modo per affrontare ogni problema da più sfaccettature, per osservarlo da vicino e per provare a riflettere anche sugli aspetti più ilari della faccenda, perfino quando l’unico desiderio che si nutre consisterebbe nel fare a pezzi qualunque oggetto capiti sotto mano.

Eppure, un risvolto della situazione a cui non si pensa subito consiste nel fatto che anche pensare al giusto microdramma da trattare è complicato. Nei primi tempi si hanno centinaia di idee, si sfornano spunti uno dopo l’altro, convinti che questo mestiere si presti a innumerevoli lamentele.

Basterà spezzettare le singole difficoltà di ogni giorno e farne una vera e propria catena, si pensa, quando ancora l’ottimismo e l’entusiasmo fanno cavalcare la cresta dell’onda. E per un bel po’ le buone intenzioni vanno in porto: c’è sempre tanto di cui parlare, tanto su cui fare ironia, tanto da maledire.

In effetti è vero, le intuizioni fioccano senza interruzioni e riguardano ogni aspetto della professione di chi scrive: dai più tecnici ai più emotivi, da quelli nevralgici a quelli collaterali, dai più pratici ai più psicologici. Si procede come un treno e si pensa che, più strada si percorre, più se ne potrà ancora macinare sotto di sé.

D’altronde, l’essere umano prova un piacere sottile e inconfessabile nel lamentarsi, nel mettere in piazza le difficoltà di cui è vittima ogni giorno per sentirsi un po’ meno vittima e un po’ più protagonista di una maxi-storia in cui, alla fine, i buoni hanno elevate probabilità di scamparla, nonostante i draghi sputafuoco dai quali sono circondati.

Il fatto è che ogni microdramma a cui si accenna è uno in più da depennare. Uno su cui non si potrà ritornare in futuro, per aggiungere una postilla o per raccontare un risvolto nuovo di una qualche esperienza vissuta in modo diretto o indiretto. Ogni microdramma in più, è un microdramma in meno. Concetto apparentemente facile in sé, fra l’altro, e che tuttavia si rende palese solo dopo un arco di tempo piuttosto lungo.

In quel momento si realizza che pure trovare il microdramma giusto da trattare è un microdramma. Lo si inizia a mormorare agil amici più stretti: Quasi non riesco a farmi venire in mente un altro microdramma sensazionale con il quale prendere in giro il lavoro che svolgo. Come se, per un attimo, ci sembrasse tutto rose e fiori, o quantomeno più superabile rispetto alle nostre precedenti percezioni.

In questa tappa, comunque, non si è ancora con il cappio alla gola. Magari sono necessari dei lunghi minuti per sbloccarsi, ma poi ci si riesce sempre. E con nuova lena, spinti dall’orgoglio di avere ancora qualche insoddisfazione da mettere nero su bianco, si procede senza grosse preoccupazioni, certi che qualsiasi tappa possa essere sormontata.

In cuor nostro sappiamo che non è così, però. Prima o poi ci succede l’impensabile, che lo vogliamo o no: restiamo a corto di microdrammi. A corto al punto che optiamo per uno sciopero della scrittura pur di scrivere poi esattamente di questo, a corto al punto che anziché parlare di scrittura ci orientiamo più verso la lettura, con la scusa che si debba considerare un’attività imprescindibile per chi vuole essere creativo.

Al punto che una mattina il nostro microdramma del giorno diventa il più ridicolo in assoluto, il più incredibile, il più inaspettato: non avere abbastanza microdrammi da raccontare. Ce ne facciamo una ragione e cogliamo la palla al balzo, trattando ugualmente il nostro grattacapo perché “tutto fa brodo”, anche se una parte di noi non riesce a farsene una ragione fino in fondo.

Poi, fortunatamente, ci viene l’idea del secolo: prendere in giro la sorte stessa e farle credere per un po’ che le nostre sfighe siano terminate, mettendo un punto in apparenza fermo alle nostre liste di piccole tragedie fra amici. Quando penseremo di essere salvi e di averla scampata per sempre, il karma si vendicherà e ci scaraventerà addosso tanti di quei nuovi argomenti di cui parlare che saremo in una botta di ferro per un altro decennio.

Scommettiamo?

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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