Reading Time: 3 minutes

Dell’argomento “incipit” non parla quasi mai nessuno, perché per cultura generale ne hanno parlato già tutti. Non c’è mito letterario più famoso di quello della famigerata pagina bianca e del celeberrimo blocco dello scrittore, che diventa ancora più leggendario quando riguarda le primissime righe di un nuovo scritto con cui ci si sta cimentando.

Non ne parla nessuno nello specifico perché è un tema fin troppo blasonato e che ha ispirato addirittura cortometraggi, saggi scientifici e post su Facebook di utenti di tutto il mondo. Ormai se ne contano centinaia ogni giorno, ciascuno con un fatidico screenshot o con qualche commento sul fatto che il momento magico e tanto temuto sta accadendo in diretta per questo o per quell’altro scrittore.

Eppure finora, nonostante le tante chiacchiere al riguardo, nessuno si è mai avventurato nella descrizione dettagliata di quei segmenti di tempo lì. Nessuno ha mai descritto con precisione e con onestà cosa passa per la testa di chi è di fronte allo schermo o a un foglio vuoto. E, soprattutto, cosa per la testa non ci passa nemmeno da lontano. Ecco perché provo io a fare un tentativo.

In primis, l’incipit di solito fa paura perché è determinante. Finché un’idea sta nella testa, infatti, può ancora cambiare forma, allungarsi un po’, deviare da qualche parte; appena è fissata su carta, invece, si cristallizza. Si blocca e costa fatica modificarla. Ergo, l’incipit non serve tanto a fare inquadrare il contesto e l’atmosfera a chi scrive, quanto a chiarirlo a chi sta scrivendo. Cominciare a scrivere è un po’ come disegnare una strada: si sa già press’a poco che percorso percorrere, ma non si comincia mai davvero a fare un passo in avanti – e farlo in un determinato modo e con un ritmo specifico – se non la si costruisce di fronte a sé.

Dopodiché, il momento iniziale mette in soggezione perché stabilisce anche tutto quello che “non”. Che non ci sarà spazio per approfondire, che non si potrà dire con quel linguaggio lì, che non sarà pertinente. Finché non esiste nulla, può ancora svilupparsi tutto e il contrario di tutto. Poi basta che la penna scivoli sul foglio – o il dito sulla tastiera – perché qualcosa appaia e perché molto altro, in automatico, venga tagliato fuori. E il fatto è che non sempre uno ha ben chiaro fin dall’inizio quello che “non”, perciò non vorrebbe fare il passo più lungo della gamba per poi pentirsene.

Così si presenta il vero guaio dell’incipit, confessato senza giri di parole. Una volta inquadrato, la fortuna è che piano piano si può neutralizzare, rimpicciolare e trasformare in un non-microdramma – senza per questo abbandonare a priori la scrittura, s’intende.

Il metodo è molto semplice: c’è solo da rimandare i dettagli, le specifiche, i “non”. C’è da gustarsi il momento condividendo la suspense e l’indefinitezza del proprio pubblico, senza avere fretta di darsi delle risposte o di delineare i contorni se ancora non se ne ha il coraggio. Tanto, arriverà sempre una scena in cui non si potrà fare a meno di aggiungere un aggettivo, un dialogo, un nome proprio, un episodio qualsiasi, capace in un paio di righe di far sollevare il sipario, accendere i riflettori, salire sul palco attori e scenografia.

L’angoscia del cominciare, insomma, si risolve non forzandosi di cominciare necessariamente tutto insieme. Questo spiega perché alcuni finiscono per ricorrere a un incipit in medias res, o perché si parte dalla fine e si va poi man mano a ritroso mentre si prosegue: capita che la tecnica sia volutamente studiata a tavolino, è chiaro, ma capita anche che la si applichi per prendere tempo pur non rimanendo in silenzio, per raccontare senza farlo fino in fondo.

Se funziona? Ecome, è una strategia a prova di bomba. E quel che c’è di più magico è che nessuno si accorge mai che l’abbiamo usata: l’attacco risulta a quel punto impeccabile, curioso, coinvolgente; e il seguito coerente, ben amalgamato, scorrevole. È capitato così anche a me nel dedicarmi a questo post, dato che lì per lì non sapevo proprio di cosa parlarvi finché…

0
Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

2 Comments on “Il microdramma dell’incipit

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *