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Parliamo spesso di quanto la scrittura sia ostica prendendola un po’ alla lontana, concentrandoci sulle tecniche e su certi risvolti sociali e pratici, osservandone le trappole e le difficoltà più composite, ma non dimentichiamoci che il cuore della scrittura sta nell’idea che trasmette, nel suo messaggio più profondo.

Ciascuno vive il rapporto con la tematica chiave di un’opera in modi diversi. C’è chi inizia a scrivere prima di porsi il problema e chi, viceversa, vive di scalette dall’inizio alla fine. C’è chi preferisce schemi o riassunti, chi frecce o diagrammi, chi si lascia sorprendere man mano che va avanti e chi non ci riflette affatto, perché in una maniera o nell’altra sa che da qualche parte finirà per arrivare.

Al di là di questo, è inevitabile però che, oltre alla trama nel dettaglio, ci si interroghi sul senso di una creazione artistica. Se ne va a cercare il cuore prima che il manoscritto arrivi ai propri lettori, perché da qualcosa si è pur mossi quando si impugna una penna e si decide di utilizzarla così e non colì. Ogni scrittore con tempi e dinamiche a sé, ma ogni scrittore con la certezza che il suo lavoro abbia uno scopo e un’intenzione ben specifica.

Spiegarla, naturalmente, non è un gioco da ragazzi. Perfino a sé stessi appare a tratti oscura e ingarbugliata, e per sbrogliare la matassa è necessario avere uno sguardo attento e vigile, una sensibilità sempre viva, benché dall’esterno si creda che si tratti di un meccanismo spontaneo. Anche perché l’impresa è resa più impenetrabile dal peso di oltre duemila anni di letteratura alle nostre spalle, nella quale sembra sia già stato detto tutto.

La mia è una storia d’amore sembra un luogo comune pauroso, da cui mantenersi alla larga. E lo stesso può valere per un giallo con un andamento tradizionale, per una commedia di teatro, per un sonetto dedicato alla natura. Ci si sente ora portatori di un’intuizione geniale e ora, invece, i portavoce di discorsi triti e ritriti, che nessuno probabilmente vorrà ascoltare ancora e in salse più o meno simili a quelle preesistenti.

Farsi trascinare dalle conseguenze di un microdramma simile è pericoloso, come si può ben immaginare. Il rischio più grande consiste nella tentazione sempre più forte di abbandonare baracche e burattini e di darsi all’ippica o agli scacchi, al canto lirico o all’economia aziendale. Il che a volte libera il mondo da un parassita poco destinato a produrre capolavori e a volte condanna il mondo a conoscere un talento in erba in meno.

Capire da sé a quale categoria si appartiene è impossibile, chiaramente, di conseguenza bisogna prendere una decisione in apparenza “alla cieca”, ovvero consapevoli del fatto che starà ai posteri decretare l’ardua sentenza, ma che intanto, se uno spunto funziona, lo si potrebbe assecondare e sviluppare senza doverlo considerare una banalità fin da principio.

Di conseguenza, per aggirare il microdramma basterebbe forse pensare che si uscirà da terreni già solcati perché si adotterà una prospettiva inedita, perché si avrà uno stile differente, perché si toccheranno e si intrecceranno fra loro archetipi fra loro non sempre accostati d’istinto dal pubblico, e perché in sintesi si avrà qualcosa di importante da comunicare.

A quel punto non conterà più – o, almeno, non solo e non sempre – quanto originale sia l’humus nel quale ci si prenderà cura di un racconto. Avranno un ruolo anche i semi scelti, il tipo di coltivazione, le tempistiche e una serie di variabili che dipendono non per forza dall’audacia della materia in questione, ma specialmente da chi la tratta e dalla sua esperienza individuale e irripetibile.

Nei casi più fortunati, il microdramma svanirà allora da sé, senza troppi rumori e senza complicazioni. Chi lo avrà ancora alle calcagna, si consoli tenendo a mente che sarà in buona compagnia: lo stesso crucio lo hanno avuto praticamente tutti, da Shakespeare a Montale, da Baudelaire a Tolstoj, da Cervantes a Virglio, da Goethe a Hemingway. Eppure sono oggi nei nostri scaffali, in buona parte grazie al fatto che loro per primi non hanno dato troppo retta a certi crucci. Una volta tanto sarebbe bello riuscire a prenderli davvero a modello.

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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