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Quando l’ultima parola dell’ultima frase dell’ultimo paragrafo dell’ultimo testo che si è scritto è ormai seguita da un bel punto fermo conclusivo, si ha l’impressione di essersi ormai lasciati alle spalle il grosso della fatica. Errore fatale.

Il termine di una prima stesura, infatti, per quanto spesso ostacolata da fattori di disturbo, elementi tecnologici, terze persone, tempistiche poco amichevoli, impegni di vario genere, appetiti fuori pasto, crash del sistema e così via, non coincide comunque con la versione definitiva di un manoscritto, ovvero con quella che avremmo il coraggio di sottoporre a un ipotetico lettore.

Prima ancora di affidarla alle mani ben allenate di un correttore di bozze, di un relatore, della giuria di un concorso o di un editor, è nostro dovere di scrittori far fermentare per un po’ le pagine e riprenderle per un’attività di autorevisione che, nella stragrande maggioranza dei casi, ha del delirante. Quando siamo fortunati, s’intende.

Da un lato, va specificato che in realtà non ci separeremmo da nessuna nostra creazione prima di esserci assicurati che ai nostri occhi risulti impeccabile in ogni sua componente. Dall’altro lato, però, è pur vero che lo stress immaginativo ci ha già spremuti a sufficienza e ci fa sentire stanchi fin dal momento in cui riconsideriamo la validità del titolo per l’ennesima volta. Figuriamoci cosa si scatena quando dobbiamo rivedere i tipi di subordinate, l’ordine di presentazione di certi fatti, personaggi e dialoghi, la consecutio temporum, l’ortografia, la leggibilità, la coerenza interna e così via. Bisogna proprio che lo dica apertamente? Ecco il nostro microdramma del giorno.

Un microdramma che inizia sempre per sembrarci superabile. Che non ci pesa finché ci confrontiamo con le prime cartelle, ci beviamo su un caffè o un tè e riflettiamo sulla nostra tendenza a curare ogni aspetto della scrittura già nella fase di sviluppo dell’opera, senza rimandare la correzione di refusi, sviste grammaticali o passaggi farraginosi. E che si ingigantisce rigo dopo rigo fino a farci mancare il respiro.

Piccole incongruenze, grandi misspelling che però non sempre staniamo, situazioni di stagnamento in cui magari percepiamo che c’è un intoppo senza riuscire a trovare una soluzione alternativa. Il tutto condito dalla noia, da un pizzico di disgusto per le nostre difettosità e da una cucchiaiata di stupore nel constatare che siamo stati poco prudenti nel prevenire grossi rimaneggiamenti, quando ancora eravamo coinvolti in quanto scrittori in senso stretto.

Non perché in effetti siamo più superficiali del previsto, bensì perché la concentrazione dedicata alla trama e allo stile in senso lato ha come naturale conseguenza quella di distrarci dai restanti aspetti di una formulazione per iscritto dignitosa e accettabile. Lì per lì la nostra foga espressiva ci rende parzialmente ciechi, ma in seconda battuta il nostro ipercorrettismo ci mostra imperfetti e distratti quali sempre siamo.

Il microdramma nel frattempo se la ride e rende ancora più difficile il nostro compito, convincendoci del fatto che la qualità del nostro operato sia vergognosa da ogni punto di vista, che non abbia senso rimaneggiare il testo perché rimarrà al di sotto della soglia della decenza, e che per rimediare dovremmo impiegare un tempo geologicamente indefinito e avere competenze che vanno al di là delle nostre individuali.

Per zittirlo, comunque, in questo caso basta poco. Trattandosi di puri trucchi mentali e di convincimenti la cui tentazione è senza dubbio forte, ma non irresistibile, possiamo difenderci smettendo di credere alla veridicità di attacchi simili. Proseguiamo nonostante la mancanza di voglia e di fiducia, come se arrivare fino in fondo fosse una cura prescritta su misura dal nostro medico di base.

A conti fatti non avremo di fronte una guarigione totale o un capolavoro, perché d’altronde lo scopo dell’autorevisione non è mica quello. È solo una tappa preliminare di una terapia più lunga, durante la quale saremo assistiti e che porterà solo col tempo i suoi frutti. Il microdramma dell’autorevisione, dunque, in quanto tale non esiste. Provate a dirglielo in faccia appena si ripresenta di fronte a voi e forse si convincerà a sparire.

In caso contrario, contattatemi per un aumento personalizzato delle doti del farmaco contro le illusioni ottiche.

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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