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Lo avremo sentito dire tutti, almeno una volta: beati gli scrittori, perché possono dire quello che pensano senza barriere né filtri, perché possono prendere posizione e rimanere protetti all’interno della finzione letteraria senza correre grossi rischi. Beati gli scrittori, perché non c’è quasi mai veto che possa fermarli, né frontiera linguistica che possa fare spegnere la forza delle loro parole.

Naturalmente, si dirà, è una grande fortuna. È una possibilità che non accomuna ogni mestiere del mondo e di cui gli artisti in senso lato sanno servirsi per diffondere ideali, combattere importanti battaglie, rivoluzionare mentalità ed esprimere opinioni o emozioni alle quali sarebbe altrimenti impossibile fare il giro del mondo rimanendo intatte.

L’altra faccia della medaglia, tuttavia, è una sorta di deformazione professionale (e personale) per la quale chi scrive finisce quasi sempre per volere a tutti i costi fare sentire la propria voce. Non è detto che la si debba riconoscere apertamente, non è necessario che venga messa in maiuscolo o in neretto, però d’altro canto è piuttosto raro che chi fa questo mestiere lasci da parte gli schieramenti che ha, da qualunque punto di vista: religioso, politico, sociale, economico, amoroso, lavorativo e così via.

Anche qui niente di male, si penserà. In quanto esseri umani, anche gli estimatori di carta e penna hanno un certo orientamento e se lo trascinano dietro o dentro, nelle loro creazioni e fra le trame delle storie. Peccato che un tale atteggiamento istintivo trapeli pure quando non dovrebbe, però. Peccato che, al pari di qualsiasi altra caratteristica individuale, dovrebbe rimanere al suo posto e non manifestarsi in maniera incontrollata in testi in cui la loro presenza è fuori luogo o di troppo.

Si tratta di un microdramma a dire il vero parecchio comune, che si verifica nel momento in cui la voce autoriale ci si aspetta rimanga super partes per ragioni o formali o contenutistiche. Prendiamo una tesi di laurea mirata ad analizzare la poetica di un intellettuale, per esempio. Sovrapporre il suo pensiero al proprio e commentarlo non sulla base di criteri oggettivi, bensì secondo una rivisitazione strettamente collegata alla propria posizione, sarebbe grave. Allo stesso modo, se si sta scrivendo un romanzo storico non avrebbe senso inserire qua e là critiche velate a un determinato partito, poiché non è quello l’intento dell’opera né è quello il luogo in cui chi scrive può riservarsi “un cantuccio”.

Come l’ultima parola fra virgolette avrà suggerito ai più, le eccezioni alla regola esistono e fra le più autorevoli ci sarebbe quella di Alessandro Manzoni, accompagnata ad ogni modo da numerose altre. C’è perfino chi ha veicolato incitamenti alle masse e desideri di rivoluzione in manoscritti che parlavano di argomenti completamente diversi, e chiaramente sta qui l’importanza e la straordinarietà della letteratura.

Bisognerebbe riflettere sul fatto che, comunque, non sempre diventare riconoscibili con mente e cuore in un testo è una conquista. Non sempre lo si riesce a fare in maniera equilibrata e calzante, non sempre è quello di cui un lettore avrebbe bisogno per farsi un’idea sana dei contenuti, non sempre è una decisione in grado di essere apprezzata da parte di commissioni, critici, giudici. Non sempre, insomma, si sa e si può parlare di sé mentre si parla di terzi.

Il microdramma non sta tanto nel limitarsi o nell’autocensurarsi a qualunque costo, quanto piuttosto nell’avere la capacità di discernere la portata di ogni intervento in prima persona, di vagliarne il peso e la priorità, di adattarne i toni e la serietà, di non portare con sé intenti manipolativi o parziali, di sapere essere una buona eccezione e di adeguarsi alla regola nelle circostanze rimanenti. Un equilibrio delicato e sensibilissimo, che per sua natura tende letteralmente a sfuggire di mano.

Se non lo ricercassimo continuamente, alla fine della fiera non faremmo altro se non parlare di noi. Il che è uno dei motivi per cui si scrive, ma senza dubbio non l’unico né per forza il principale. Superare le proprie prese di posizione sarebbe quindi più che auspicabile, come minimo per potere poi affermare: sarò pure preda di decine di microdrammi, ma almeno non sono schiavo della mia visione del mondo.

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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