Forse vi siete fatti l’idea che i microdrammi di chi scrive siano sempre legati all’attività che si sta svolgendo. Perciò, è il momento di confessarvi che vi sbagliate e che, anzi, spesso i problemi più fastidiosi hanno qualcosa a che fare con la vita di ogni giorno. A volte, per fare un esempio che li raccolga tutti, capita di accorgersi che ci sta venendo fame fuori pasto proprio mentre si è nel bel mezzo della stesura, per dire.

Ci pensate? Uno sta lì, concentratissimo e catapultato dentro storie ancora tutte da definire, dentro parole delicatissime, ecco, e all’improvviso percepisce di avere fame. Magari uno sospira e cambia posizione: si mette da seduto a sdraiato, supino a prono, su un fianco, sull’altro, un piede sotto l’altro, così, cambia posizione e sospira, poi fa una pausa, ma non smette di scrivere fa solo una pausa e tace.

Sente le budella contorcersi e inizia a maledirle. Loro però continuano a lamentarsi, figuriamoci. Per un po’ uno prova a tenere duro, anche se presto o tardi arriva sempre un momento in cui non si resiste più: rimanere concentrati diventa un peso, il che è ancora peggio dello scrivere a digiuno. E sta di fatto che allora uno si alza – va sempre così, ahimè – si alza, sospira, poi si risiede perché magari se n’è pentito, però prima s’era alzato, e allora si alza una seconda volta e questa volta non si risiede, prende in mano la penna o il foglio a cui sta lavorando, attento a non sgualcirlo, e lo osserva.

Nel frattempo sente le budella riprendere il proprio lavorio, per cui butta via il foglio e se ne va in cucina imprecando. Una volta lì si rende conto di non sapere cosa mangiare. Pensate un po’: voi prendereste la prima cosa che vi capita tra le mani? Fosse anche una bistecca? No di certo, deve essere qualcosa di sbrigativo, cosicché le budella si zittiscano in fretta e la storia che era stata interrotta possa continuare a correre lungo le sinapsi del cervello.

Dunque uno spalanca il frigorifero e rimane in contemplazione. Gli affettati non vanno bene, le olive sott’olio sono pesanti, le mozzarelle potrebbero non essere fresche abbastanza… Ecco, c’è uno yogurt magro. Lo afferriamo, lo apriamo, gli infiliamo dentro un cucchiaino e torniamo in camera. Ci risediamo, magari in un’altra posizione ancora, e riprendiamo fogli o tastiere tra le mani, tra le stesse mani in cui si ha lo yogurt.

E a questo punto possono succedere due cose. La prima: decidiamo prima di mangiare lo yogurt e poi di ricominciare a scrivere. La seconda: decidiamo di mangiare lo yogurt mentre scriviamo. La prima alternativa è la più prudente, la seconda la più accattivante.

Il problema è che uno non sa scegliere e lì per lì tenta di inghiottire un boccone dopo l’altro senza proseguire. Tuttavia, lo yogurt non finisce mai e uno vorrebbe andare lì a completare quella frase rimasta in sospesa, voglio dire, è naturale: si è parecchio presi dalla vicenda e viene quasi l’istinto di darsi da fare con una mano sola, mentre l’altra continua ad armeggiare con il cucchiaino.

Dopo un paio di righe, chiaramente, ci si rassegna all’evidenza che usare le mani per due movimenti tanto diversi è impossibile e ci si concentra soltanto sull’atto di trasportare lo yogurt dal contenitore di plastica alle budella. Poi si realizza che non si può tornare a scrivere senza lavarsi le mani, buttare il contenitore e pulire il cucchiaino e che è quindi necessario alzarsi e sistemare tutto, prima di tornare al punto di partenza per la terza volta e rimboccarsi finalmente le maniche.

Nel lasso di tempo necessario per farlo, però, il piacere di scrivere è evaporato come per magia. Uno non ha più niente dentro che lo spinga a proseguire e si è dimenticato perché si fosse appassionato alla trama. Microdramma dei microdrammi, che fa rimanere con una smorfia a fior di labbra e col sapore dello yogurt ancora sulla punta della lingua, mentre le budella tornano impietose a contorcersi – perché è chiaro che serva qualcosa di più sostanzioso per zittirle definitivamente, no? Se solo lo si fosse capito prima…

Per rimediare, in casi come questi, la soluzione più indolore consiste nell’assecondare gli imprevisti. È meglio tornare in cucina, prendere l’occorrente e prepararsi una bella bistecca con calma, stavolta sì. Olio, sale, pepe e piatto di ceramica. Ci si beve su pure del vino rosso e ci si pulisce la bocca con un tovagliolo. Dopodiché si infila tutto in lavastoviglie, si passa dal bagno al volo e poi ci si siede di nuovo in posizione comoda. A sfogarsi delle proprie disavventure mettendo nero su bianco proprio queste ultime, passaggio dopo passaggio, e rimandando a un altro momento il lavoro rimasto in sospeso.

Non ci sarebbe modo migliore di questo, d’altronde, per esorcizzare i microdrammi della vita quotidiana, riderci su e contemporaneamente raccontare qualcosa di “gustoso” ai propri lettori.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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