Vi è mai capitato, una volta che siete in visita nella vostra libreria di fiducia, di notare un libro del quale non avevate mai sentito parlare e di decidere di aprirlo e dare un’occhiata, per poi finire col dire a voi stessi Ma come diavolo è scritta questa storia? Ecco. Per ogni lettore sorpreso davanti a uno stile che non si aspettava di trovare, ci sono almeno dieci scrittori che hanno dovuto fare i conti con il microdramma del registro linguistico.

La smania di esprimersi come un lord inglese del primo Ottocento, infatti, è comune a parecchie persone alle prime armi con la scrittura – e non solo a loro, chiaramente: c’è chi imbraccia le armi da decenni e rimane comunque dell’idea che “recarsi” vada meglio di “andare”, che “porgere un saluto” sia più adatto di “salutare” e che “giacché” sia decisamente preferibile a “perché”. L’influenza dei classici è evidente, così come una formazione probabilmente accompagnata dalla necessità di esprimersi nella maniera più formale possibile. Questa abitudine vintage, però, non va sempre di pari passo con l’effettiva leggibilità di un testo e con la possibilità che i lettori capiscano e apprezzino i contenuti.

Ecco spiegato il motivo per cui, al polo opposto rispetto ai gentlemen, ci sono i fan dell’italiano popolare da un lato e degli intercalare dialettali dall’altro lato. Per loro, un periodo di senso compiuto deve contenere almeno un termine in corsivo accessibile solo agli abitanti di una regione su venti, oppure un numero congruo di parolacce e di espressioni tipiche dell’oralità, in un rapporto 1:2 con tutte le altre parole della frase. I pochi che resistono a queste tentazioni e che scelgono un registro effettivamente da XXI secolo, in ogni caso, spesso hanno altri piccoli vizi collaterali.

Alcuni di loro, per esempio, piazzano i due punti ovunque: un nesso logico non è ben esplicitato, infatti, se non li si usa almeno due volte per paragrafo. Altri, preferiscono abbondare con i punti e virgola; così, anziché elaborare un pensiero più lungo o sintetizzarne un altro, in modo da adeguare al filo del discorso una punteggiatura più “scorrevole”, tutte le volte si fanno dare una mano dalle pause ad effetto. Infine, c’è chi si lascia andare al piacere dei punti fermi. Dappertutto. Senza criterio. Dividendo addirittura. Il verbo dal proprio complemento oggetto. Incredibile. Ma vero.

Nel momento in cui i primi amici o il temutissimo editor accedono alle pagine del lavoro a cui si tiene tanto, però, tutti i nodi vengono al pettine. O meglio, tutti gli aulicismi. O tutte le cazzarola di parole screuse ficcate qua e là. O i vizi; di: punteggiatura. E allora fioccano le prime critiche, i primi consigli accorati: meglio darsi un contegno, ridurre un po’ gli eccessi, raddrizzare un minimo il tiro. Meglio evitare di essere scambiato per il conte di Montecristo o per il fruttivendolo di due isolati più in là, meglio evitare di fare venire una crisi respiratoria a chi deve fare più pause fra una mini-frase e l’altra che in palestra dopo novanta addominali.

Il microdramma si fa vedere solo in quel momento, sbuca fuori dal nulla dopo essersi mimetizzato a lungo fra un Procede tutto bene e l’altro. Fa crollare la convinzione di essere dei veri rivoluzionari della lingua, di avere fatto parlare il proprio protagonista con un realismo ineguagliabile, di essere provocatori come nessun altro e di sapere descrivere una scena cruciale in. Modo. Magistrale. Inutile cominciare a strapparsi i capelli nel tentativo disperato di trovare un’alternativa che non faccia sembrare carta straccia le parole scribacchiate fin lì con tanta fatica.

Di solito infatti, la soluzione migliore è anche la più semplice: se proprio non si riesce a contenere un eccesso e se non si è capaci di sostituirlo con uno stile e un registro più convenienti, lo si può sempre occultare fra le righe. Come? Usando tanti altri eccessi tutti insieme, sbizzarrendosi ad accucchiarli l’uno accanto all’altro; finché nella miscela finale non diventeranno tutti invisibili. O quasi.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

2 Comments on “Il microdramma del registro linguistico

    1. Eva Luna Mascolino

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *