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Tutti gli scrittori hanno degli amici non-scrittori. E tutti gli amici non-scrittori, prima o poi, hanno bisogno di scrivere qualcosa: oggi un biglietto di auguri, domani una lettera di motivazione, la settimana prossima un fax per disdire un qualche servizio telefonico mai richiesto, e quasi sempre post sui social network o messaggi a persone specifiche. Di conseguenza, tutti gli amici non-scrittori si rivolgono tempestivamente agli amici scrittori per essere aiutati nell’impresa. Inutile dirlo: è il loop di un microdramma delicato e compromettente come non mai.

Se da un lato, infatti, ci si vorrebbe mettere a disposizione volentieri, dall’altro lato la scrittura non vuole saperne di essere utilizzata a comando. Anzi, si direbbe addirittura che proprio quando servirebbe su commissione si rifiuta di collaborare e va a farsi un giro con l’ispirazione fuori città. Gli amici non-scrittori, di solito, non sono a conoscenza di questi dispetti della creatività e non sempre ci credono al primo tentativo. È più facile che si convincano che gli amici scrittori sono bravi ad inventare scuse, o che non hanno mai tempo da dedicare agli altri, anche quando si chiede loro “soltanto” di impugnare la loro dannatissima penna.

È così. È il “soltanto” a fregarci. Si trattasse sul serio di riempire di inchiostro un foglio bianco e niente più, si dispenserebbero favori perfino agli sconosciuti, tre volte al giorno dopo i pasti, con un bel bicchiere d’acqua abbondante. Lo si farebbe addirittura per mestiere, cominciando a farsi pagare per consegnare questa lettera a destra e quel rapporto a manca, e nel compilare le promesse di matrimonio di qualcuno detteremmo nel frattempo la circolare d’ufficio di qualcun altro. Il problema è che non ci vuole “soltanto” un supporto su cui scrivere, ma specialmente un input interiore decisivo, specifico, dirompente – il quale non sempre risponde all’appello nel momento in cui un amico non-scrittore ha bisogno di spedire una cartolina entro due ore alla nipote dal Portogallo.

La dinamica spiega il principale motivo per cui gli amici scrittori sono sempre considerati un po’ egoisti, distanti, concentrati esclusivamente sulla propria attività. Le eccezioni alla regola sono rare, però per fortuna esistono. Sapete qual è il problema? Che, anche quando si assiste a una gloriosa eccezione, l’opera di un amico scrittore non andrà mai bene per com’è.

Ecco allora la top ten delle obiezioni più frequenti: 1) Che significa questa parola? Usiamo magari un sinonimo? 2) Secondo te questa frase è comprensibile? Non sarebbe meglio accorciarla? 3) Possiamo invertire l’ordine di questi due paragrafi? Per rendere più chiaro il concetto… 4) Purtroppo si nota troppo che questo non è il mio stile! 5) Lo guardo con calma a casa, poi faccio qualche correzione e te lo rimando per una revisione finale, va bene? 6) Credo avresti fatto meglio a scrivere tutto in stampatello, sai? 7) Ho l’impressione che sia troppo breve, puoi allungarlo diciamo del doppio? 8) Io non avrei mai detto una cosa simile, figuriamoci scriverla!, 9) Dovresti anche battere tutto al pc, ti dispiace? 10) Dovresti anche ricopiare tutto a mano, ti dispiace?

A questo punto, nella stragrande maggioranza dei casi, l’amico scrittore vede sparire con un piccolo sbuffo di fumo la propria pazienza. Ancora una volta non per colpa dell’amico non-scrittore, bensì per via della tendenza alla perfezione che accomuna tutti gli esseri umani e che porta inevitabilmente a suggerire modifiche su modifiche, trasformando un lavoro individuale in una composizione almeno a quattro mani. Come certi concerti per pianoforte, per intenderci.

In sintesi, dunque, se un amico scrittore non dà una mano con la propria inventiva è da biasimare, se fa quel che può è da perfezionare, se si arrabbia è da rimproverare e in tutti i casi alla fine della fiera è da ricoverare. Il lato positivo? Una volta internato, ogni amico scrittore ha diritto a qualche altro verbo in -are dall’aria più simpatica: perdonare, per esempio, ma soprattutto lasciare. In pace, s’intende. E al riparo da qualunque microdramma pericoloso.

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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