Qualche settimana fa, ho scritto un racconto a cui tengo particolarmente: l’ho scritto con l’intento di partecipare a un concorso letterario nazionale e, quindi, ho cercato in tutti i modi di elaborare una storia originale. Una storia che potesse sorprendere, che fosse diversa dalle letture a cui i giudici sono abituati e che, soprattutto, avesse un vago sapore di novità.

Chiaramente, quando ho scritto l’ultimo punto e ho spedito alla segreteria del premio il mio elaborato, non ho resistito alla tentazione di condividerlo con alcuni amici, nel duplice tentativo di raccogliere qualche briciola di consenso e di stanare eventuali sviste rimaste nascoste ai miei occhi fino a quel momento. Tralasciando i risultati di questo esperimento collettivo di recensioni istantanee (o quasi), la vicenda che avevo trattato è sembrata ispirata a una serie televisiva al momento molto seguita e di cui io, che ci si creda o no, ho a stento sentito parlare. Mai letta la trama, mai visto un trailer, mai osservata la locandina – eppure eccola lì, presente in maniera nitida con le sue dinamiche all’interno delle mie venti pagine digitate al computer.

La mia primissima reazione è stata di non-accettazione del microdramma: non saranno poi così simili fra loro, mi sono detta, e ho provato a guardare qualche episodio del mio nuovo avversario d’ispirazione per convincermene con più forza. Il risultato? La serie mi ha entusiasmato al punto che, nel giro di una settimana, sono arrivata a guardare la terza stagione; e, com’era prevedibile, ho dovuto riconoscere a denti stretti una certa associazione di tematiche fra il plot e il mio testo.

Messa con le spalle al muro, quindi, ho affrontato il microdramma del déjà vu per l’ennesima volta. Quello che, senza alcuna pietà, ti fa sentire incapace di trattare una materia almeno in parte inedita, costringendoti a riconoscere che altri prima di te hanno già avuto un’intuizione simile alla tua e che tu, pur non sapendone niente, sei solo una copia scolorita e di bassa qualità rispetto all’originale. Si pensi che a una mia amica è capitato addirittura di concepire da zero la trama di Psycho – sì, proprio quello Psycho: che fantasia è necessaria per sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda di Alfred Hitchcock? – e di volerla utilizzare per un racconto: non c’è bisogno di riportare lo stupore delle persone che hanno riconosciuto la firma del maestro della suspense nel sentirgliela riferire e il conseguente stupore della mia amica, nello scoprire che stava per plagiare uno dei più celebri registi del Novecento senza avere mai visto una sua pellicola.

Questo per dire che il microdramma del déjà vu è molto più frequente di quanto gli scrittori vogliano far credere. Una buona parte delle idee che vengono in mente prima di cimentarsi con un foglio bianco è materiale già riciclabile da almeno qualche anno, nell’ipotesi più fortunata. Certo, separarsi da uno spunto interessante solo perché il suo gemello ha già venduto quindici milioni di copie alla prima stampa in quel mese in cui noi eravamo in viaggio di nozze in Polinesia e non abbiamo seguito le hit parade editoriali… Un lutto spiacevole da elaborare. Sul serio.

E, tuttavia, un escamotage per sopravvivere va cercato a ogni costo. Prima di tutto perché arrendersi significherebbe negare la possibilità che esistano ancora delle strade letterarie mai battute e, ancora di più, perché in parecchi casi basta lavorare sui dettagli perché il microdramma sfumi rapidamente. Se, per esempio, il rapporto malato madre-figlio di Psycho diventasse quello fra padre e figlia o fra marito e moglie, sarebbe più semplice orientare la storia in un altro senso e renderla sempre più emancipata dalla sua antenata.

Un’alternativa altrettanto valida potrebbe consistere nel rinunciare all’input di partenza, per dedicarsi invece alle disavventure di una scrittrice con in mente un intreccio affascinante, sebbene già sviluppato da qualche collega in precedenza. Anche se è probabile che ci abbia già pensato più di un autore di successo prima di noi.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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