Spesso ci si chiede chi sia il peggior nemico di uno scrittore e, fra una smorfia sarcastica e l’altra, si comincia a stilare una lista degna del più temuto Death Note: l’editor che crea un campo minato di frasi in rosso, il programma di scrittura che crasha sul più bello, il giornalista che non si ricorda nemmeno il nostro nome, gli editori che non rispondono alle proposte di pubblicazione, i lettori che ancora non hanno capito che quell’Andrea lì era una donna, e così via.

Nonostante questi candidati siano tutti in odore di vittoria, c’è però qualcuno che riesce a sbaragliare la concorrenza e a raggiungere vette di antagonismo inaudite. Il vero peggior nemico di uno scrittore, infatti, è sempre e comunque sé stesso.

Sembra un modo di dire, una barzelletta o un’esagerazione pseudofilosofica? Forse perché non avete ancora (o non ricordate di avere) fatto i conti con tutti quegli scritti completati tempo addietro e che, per qualche mese, anno o decennio, sono rimasti sepolti in una cartella mai modificata o in un cassetto diventato letale per chi è allergico alla polvere. Basta riprendere fra le mani questo o quel manoscritto, infatti, per riconoscersi a stento dopo aver letto anche solo il titolo.

Lo stesso vale per i post pubblicati nei primi anni duemila su internet, per le prime condivisioni su Facebook, per le interviste rilasciate in occasione di quell’evento lì, per la dedica scritta durante quell’evento là. In ogni stramaledetto caso il microdramma degli scritti precedenti si ripete identico e raccapricciante, perché mette di fronte all’esistenza inequivocabile di un altro io, che non si è accorto di sviste imbarazzanti, di ripetizioni fastidiose, di cacofonie fin troppo visibili, di incongruenze ridicole, di scelte lessicali piuttosto dubbie, di risvolti della trama a dir poco inverosimili, di assonanze spiacevoli e di infinite altre imperfezioni evidentissime per l’io di adesso.

Si ride e si piange, quando ci si riscopre. Non si capisce da dove siano venute alcune idee strampalate, o perché non si siano trovate maniere più aggraziate per arrivare fino in fondo. In certi casi, dopo avere rimosso un passaggio o un accostamento di parole, si dubita perfino di esserne il reale autore. E quasi sempre – il che rende straordinario questo microdramma – ci si vorrebbe disfare immediatamente del ritrovamento. Lo si vorrebbe nascondere di nuovo sotto strati di terra e di storie nuove, fingendo di non averlo mai concepito. Fingendo di essere più grande, più maturo, più attento, più originale.

L’io che arriverà fra dieci anni non sarebbe tanto d’accordo e, anzi, condannerebbe alla damnatio memoriae anche l’io di oggi, risparmiando a stento un paio di pagine in mezzo a un ciarpame indecifrabile o inaccettabile. E non c’è modo di liberarsi dal circolo vizioso della continua insoddisfazione, vergogna e soggezione che si prova nel rileggersi. Come, d’altronde, non c’è verso di ignorare l’io di ieri o di obbligare l’io di adesso a non scrivere più, aspettando che sia l’io di domani a salvare entrambi, dall’alto della sua esperienza.

Sarebbe tutto più semplice, però, se non si perdessero di vista alcune considerazioni-chiave. La prima è che il tempo ci trasforma sempre in altro da noi stessi, non permettendo di far coincidere quel che eravamo e quel che siamo al 100%. Ne consegue un’altra considerazione: quando rivediamo i nostri scritti precedenti, non è con noi che ci confrontiamo, ma con una persona completamente diversa, verso la quale potremmo (e dovremmo) avere, quindi, un briciolo di tolleranza in più. Considerando così la faccenda, risulterebbe magari più spontaneo non essere necessariamente i critici più accaniti di quello di cui in prima battuta eravamo tanto orgogliosi: potremmo sì intervenire nei punti dolenti, ma conservando una qualche simpatia bonaria anche per i difetti meno lodevoli.

Spuntarla non è da tutti, ma chi riesce nell’impresa scopre sempre, dopo i primi istanti di smarrimento, che si è appena reso immune a questo microdramma e che peraltro, così facendo, si vuole ora un pizzico di bene in più.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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