Nel parlare di vantaggi e vantaggi del telelavoro, mesi fa avevo sottolineato quanto i traduttori operino in autonomia e solitudine, rintanati tra le coperte d’inverno o intenti a scrollarsi il gatto di dosso d’estate. I più fortunati hanno una finestra con una splendida vista in camera, i meno fortunati ricorrono a una tazza di tè o di caffè per sentirsi più a proprio agio, e trascorrono le giornate consultando diverse tipologie di dizionari, ascoltando musica di sottofondo e passando sempre da schermi di varie dimensioni a versioni cartacee del testo di partenza o di quello di arrivo.

Su un aspetto, però, non ero stata onesta fino in fondo, perché il carattere solitario di questa professione non si infrange solo quando si viene invitati a un ciclo di incontri, alla presentazione di un libro o a un corso di formazione ulteriore, anzi. Dietro le quinte ci potremmo spingere a dire che un bravo traduttore non viene mai abbandonato a sé stesso. Svolgere una professione simile, infatti, significa sapere utilizzare in maniera versatile e produttiva una serie di tecniche e strategie, sapere riconoscere la voce di un’opera e trasporla con fedeltà e adeguatezza in un altro sistema linguistico-culturale, ma soprattutto ammettere i propri limiti conoscitivi.

Se si è traduttori, non necessariamente si sarà anche esperti di elettricità. Pur sapendo trovare vocabolari di ogni sorta sul Web, non si saprà estrarre un dente del giudizio, né calcolare la quantità media di carne venduta da un macellaio ogni settimana in una città di mezzo milione di abitanti. Di conseguenza, nel momento in cui ci troviamo di fronte a un discorso di natura filosofica o di musicologia, a un catalogo d’arte o a un contratto aziendale con una serie di delicati risvolti legali, non è solo sulla nostra esperienza personale che possiamo fare affidamento.

In tal senso, quantomeno, siamo fortunati: viviamo in un secolo in cui è facile informarsi, munirsi di tool specifici o rintracciare un nostro amico perito informatico, avvocato o meccanico che possa illuminarci su un passaggio poco chiaro o particolarmente settoriale. Non a caso, mi capita spesso di aprire la mia Home di Facebook e trovare post di traduttori che cercano aiuto attraverso la loro rete di amici. Sono professionisti di tutto rispetto, il che comporta una dose di umiltà senza pari e la capacità di non ergersi ad arroganti onniscienti. Al contrario, rimanere con i piedi per terra e affidarsi a un lavoro d’équipe è la loro arma vincente per giungere a un risultato finale di qualità.

A un episodio speculare ho invece assistito l’anno scorso, quando mi stavo confrontando con un’ex compagna di studi linguistici sui nostri rispettivi progetti futuri e l’ho sentita manifestare l’interesse per una laurea magistrale da conseguire in Irlanda. Il test di ingresso sarebbe stato in inglese, per quanto il piano di studi avrebbe poi previsto delle materie anche in lingua italiana, e l’idea di specializzarsi in filologia a Dublino la rendeva già entusiasta. Per essere ammessa, però, avrebbe dovuto presentare una sorta di breve saggio su un argomento a sua scelta, che poi avrebbe approfondito al secondo anno durante una ricerca tesi se possibile incentrata sulla stessa tematica.

Le ho allora chiesto in che lingua fosse prevista la stesura dell’elaborato e lei ha confermato un mio timore nel rispondermi che l’unica alternativa sarebbe stata l’inglese. «Ho intenzione di abbozzare una prima versione in italiano e di trasporla poi passo passo in lingua», mi ha spiegato. Le ho consigliato di rivolgersi come minimo a un revisore madrelingua prima dell’invio e lei mi ha garantito che ci aveva già pensato, e che forse avrebbe domandato assistenza anche in fase di traduzione. Mi sono congratulata con lei per la professionalità e ho aggiunto che, se si fosse trattato di un argomento troppo tecnico, sarebbe stato altrettanto importante consultare un esperto.

La sua replica è stata: «Sì, l’argomento sarà molto tecnico… Si tratta di un ambito che non conosco a fondo e che dovrò sviscerare in ottica della tesi. Però non credo di rivolgermi a qualcuno del settore, mi vergognerei e non credo sia corretto, ecco». Ho provato a dissuaderla, ma ogni tentativo ben argomentato è stato vano. Al che mi è venuta in mente una frase che non le ho citato, pur rimanendo finora convinta del fatto che debba accompagnare ogni traduttore, linguista e ricercatore nel suo percorso esistenziale e lavorativo per tutta la vita: «Siamo tutti apprendisti in un mestiere dove non si diventa mai maestri». Parola di Ernest Hemingway.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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