La prima volta che mi sono posta il problema della differenza interlinguistica legata al genere dei sostantivi ero al primo anno di università. Avevo iniziato da poco a studiare il tedesco e, fra le parole che stavamo imparando, c’erano quelle legate agli agenti atmosferici e agli elementi naturali. A un certo punto, ho letto: der Mond, la luna. Sul momento mi sono solo sorpresa nel constatare che si trattava di una parola maschile, poco dopo invece è scattata una riflessione più profonda.

La luna, che nell’immaginario collettivo è simbolo di femminilità, maternità, fertilità, e che in generale è associata per contrasto al sole, in quanto guardiana notturna della notte e “amante” irraggiungibile di un astro che tramonta quando lei sorge, per i tedescofoni dovrà di certo assumere dei significati traslati completamente diversi. Perché non è la luna, è il luna, per capirci. Subito dopo mi è venuto in mente l’inglese, in cui i sostantivi addirittura non hanno genere: impossibile pensare, quindi, alla luna in alcun senso. La luna è it, cioè un’entità con molte meno connotazioni immediate. E, insieme a lei, tutto il resto: la rosa, il fuoco, la natura (povero Leopardi)…

Questa prima considerazione, lì per lì imprecisa, generica e poco documentata, si è trasformata in un vero e proprio dilemma traduttivo non appena ho iniziato a cimentarmi con testi da rendere in un idioma diverso rispetto a quello in cui erano nati. Mi ricordo, in particolare, alcuni componimenti francesi del poeta tunisino Moncef Ghachem, che per protagonista avevano spesso e volentieri la mer, ovvero il mare. Nei suoi versi la mare è una sentinella, è una donna che cerca i pirati, è una madre che uccide i propri figli, è la compagna stessa della penna dello scrittore, è dello stesso genere grammaticale (ed è dunque una potenziale sorella) de la città, de la notte e perfino de la morte.

In italiano, invece, il mare naturalmente è ben altro – il che vuol dire che contiene in sé una serie di rimandi metaforici, sì, e tuttavia diversi alla radice da quelli cantati nelle poesie che stavo traducendo. Il mare italiano e la mare francese non erano sinonimi nemmeno per scherzo, per quanto qualunque dizionario suggerisse di sì. Perché tradurre non significa solo trovare il corrispettivo come da manuale, ma mettere chi legge nella posizione di ricreare dentro di sé le stesse immagini alle quali si è ispirato l’autore, a prescindere da qualunque differenza culturale.

Così, nel caso specifico la mer è diventata la marea, oppure l’acqua. Che si trattasse di una dimensione diversa da fiumi, laghi e torrenti, d’altronde, era chiaro dal contesto, visto l’attaccamento di Ghachem per il Mediterraneo, eppure nella mia versione il mare è stato quasi sempre assente, lontano, evocato indirettamente. All’epoca avevo motivato la mia posizione spiegando che era stata necessaria affinché, anziché l’allusione a uno specifico tipo di distesa liquida, si salvasse l’allusione a un tipo specifico di umanizzazione.

Chi ha letto la mia traduzione senza passare per le premesse esplicative mi ha poi comunque assicurato di non avere sentito la mancanza de il mare, perché lo aveva visto ovunque e perché se lo era figurato internamente come una giovane dalle sembianze aggraziate e il carattere scostante. E io, subito, ho rammentato un passaggio specifico in cui era stato il tunisino stesso a descrivere la sua mer in un modo molto simile: a quanto pare l’effetto che desiderava suscitare nel suo pubblico si era mantenuto inalterato anche in italiano.

Il caso in questione è stato anche fin troppo fortunato, a mio avviso. Mi chiedo cosa sarebbe successo, se avessi dovuto tradurre verso l’inglese, per esempio, o se nella mia lingua il mare fosse stato di genere neutro – o peggio, se lo fosse stato nella lingua di partenza, e fosse stato spogliato di allusioni che avrebbero rischiato di diventare involontari ma inevitabili punti di riferimento per chi si sarebbe confrontato con l’opera.

E mi chiedo cosa succede, concretamente, quando si verificano situazioni analoghe in ogni parte del mondo: sono di quei momenti in cui mi viene da dire che i traduttori, per riuscire nel loro compito, devono essere un po’ dei maghi della parola, senza farsene mai dei manipolatori. Un’impresa, riuscirci, che ha dello straordinario.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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