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Il consiglio d’Egitto di Leonardo Sciascia viene presentato al pubblico per la prima volta nel 1963 per la collana “ I coralli” (n.171). Nello stesso anno muore, dopo quasi cinque anni di pontificato, Papa Giovanni XXIII; Malcom X pronuncia il suo celebre discorso a Detroit in Michigan; a dicembre la commissione Warren inizia a indagare sull’omicidio Kennedy.

Sciascia, parlando di questo romanzo storico, chiarisce le sue intenzioni di voler redigere una cronaca riguardo l’uccisione di alcuni presunti giacobini a Caltagirone alla fine del 1700, per farlo ( come per scrivere Morte dell’inquisitore) si affida alla Storia letteraria della Sicilia di Domenico Scinà. L’autore consulterà anche le cronache del marchese di Villabianca che ispirerà poi per questa opera la figura dell’abate Vella. Il modus operandi rispecchia il generale modello sciasciano dell’autore, ovvero quello dell’inchiesta storica romanzata. Il Consiglio infatti può definirsi un romanzo delle idee modellato radicalmente nella forma del romanzo storico, un elemento che porterà in A ciascuno il suo (1966) a creare un giallo-politico-antropologico. L’incipit (in media res) che introduce l’opera descrive al lettore tutti gli elementi cardini del racconto (manoscritto antico, scrittura, strumento ottico, lingue e culture contrapposte), fornendo tra uno e l’altro vari indizi (propri dei gialli) per poter ricostruire la situazione nella quale i primi personaggi si trovano.

La storia che racconta le vicende dell’abate Vella e quelle di Francesco Paolo di Blasi, i due protagonisti indiscussi, è ambientata interamente in Sicilia tra il 1782 e il 1795 e intesse i suoi intrecci con la comparsa  di importanti politici e intellettuali vissuti al tempo. Il racconto si sviluppa sull’impostura dell’abate Vella: reo di aver falsificato la traduzione di un codice arabo (riguardante la vita di un profeta arabo) al fine di  compromettere i privilegi ottenuti dalla classe feudale siciliana e rendersi indispensabile così da migliorare le sue condizioni di vita. L’intero romanzo parla di un errore di traduzione, una traduzione mossa dalla scarsa conoscenza della lingua da parte dell’ecclesiastico e da una volontà di inganno. Da questo crimine commesso Sciascia sviluppa una lunga riflessione sull’azione della traduzione e su quanto in questa si perda e si mistifichi (volontariamente o meno) la natura intrinseca del racconto e ancora prima del pensiero originale. Tanto è difficile tradurre da un’epoca a un’altra (il manoscritto è antico, prezioso) quanto lo è rendere le sfumature linguistiche derivanti da una cultura se non completamente estranea comunque differente. Così li traduttore-Vella tradisce. Ma dove inzia questa mistificazione? Giunto in Sicilia un Ambasciatore Arabo a seguito di un naufragio, a questo viene affidato come traduttore e compagno un povero prete di origini maltesi, l’Abate Vella. Finalmente capitata a quest’ultimo di dover intermediare tra l’Ambasciatore e il Vicerè siciliano riguardo l’antico manoscritto, l’abate piuttosto che tradurre il significato dell’opera con le parole dell’ambasciatore decide di inventare una variegata trama sulla storia della Sicilia ai tempi dei Normanni. I tempi in cui si consolidarono nel popolo isolano le “abitudini” di feudo e borghesia.

Poseguendo con il racconto e l’intento di svelare l’imbroglio, il Vella si scontrerà con il suo coprotagonista Di Blasi, incarnazione romanzesca della politica decadente che detiene il potere nell’isola in quegli anni, ma che lui, strenuamente, cercherà per tutto il romanzo di rialzare. Il personaggio del Di Blasi rappresenta narrativamente la fiducia che l’autore siciliano in tutta la sua carriera ha riposto nell’azione letteraria (per lui anche politica) come strumento per graffiare la realtà con lo scopo anche solamente di togliere la maschera agli intrighi del potere. Un potere che nel percorso del Di Blasi lo porterà alla morte, ma che grazie ai suoi impareggiabili sacrifici cercherà di “rialzare la natura” decaduta dei valori politici siciliani del suo tempo. Un’azione quasi eroica che tuttavia si svuoterà di efficacia e significato per mano della popolazione che, spaventata dal possibile sovvertimento dei dogmi sociali esistenti (addirittura si potrebbe dire rassicuranti), infine deciderà di parteggiare calorosamente per chi quei poteri ormai cristallizzati (sia baronali che ecclesiastici) voleva mantenerli.
Un’altra battaglia dell’avvocato Di Blasi convergerà sull’abolizione e la condanna degli abusi di potere e della tortura. Due ingiustizie che Sciascia renderà  protagoniste sul finale del racconto, poiché colpiranno duramente l’avvocato che ne risulterà vittima e protagonista in un vortice di solitudine e disperazione che da ultimo lo riporteranno alla piena coscienza di sé. Come in buona parte della letteratura contemporanea siciliana (si pensi a Bufalino, Consolo o D’Arrigo) Sciascia ricorre all’espediente della memoria e del ricordo per ricostruire il personaggio dell’avvocato che, ormai condannato a morte a seguito delle indicibili torture subite, risulta sbranato e incompleto di se stesso, monco di parti fisiche e spirituali caratterizzanti l’uomo (Di Blasi cercherà di non perdere la completa ragione attraverso un intimo flusso di coscienza). Non ci si può esimere dal valutare questo  elemento della tortura pensando subito anche a Manzoni e alla sua vivida dissertazione nella Storia della Colonna infame: qui l’autore milanese decide di ripercorrere le sventure subite dai due poveri innocenti accusati di essere untori, Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza. In entrambi i casi, e Sciascia certamente operò in questo senso, si ripercorrono gli stati d’animo degli uomini condannati attraverso un decorso strutturale, stilistico e narrativo in grado di sovvertire  il riconoscimento emotivo tra chi era stato giudicato carnefice e poi si è manifestato vittima.

Dunque l’intera opera di Sciascia sembra essere un esercizio dell’autore finalizzato alla ricerca della ragione, in senso giuridico quanto morale ed etico (riprendendo la Storia di Manzoni, certamente anche religioso). Agli occhi del Di Blasi la ragione risponde al riconoscimento della verità, una virtù per l’avvocato in grado di ristabilire l’integrità necessaria nelle regolamentazioni sociali di quella Sicilia tanto ingiusta. Per Sciascia infatti la letteratura è un impegno del letterato a confrontarsi concretamente con le piaghe più nascoste della realtà umana e politica.

Quale diritto? Di chi?

Il diritto de contadino ad essere uomo… Non può pretendere da un contadino la razionale fatica di un uomo senza contemporaneamente dargli il diritto ad essere uomo… Una campagna ben coltivata è immagine della ragione: presuppone in colui che la lavora l’effettiva partecipazione alla ragione universale, al diritto… (p. 119)

Una prospettiva ben diversa rispetto a quella descritta per definire il personaggio dell’abate Vella, che diversamente cerca di controllare le ingiustizie con l’impostura e la menzogna così da modificare attraverso il ricatto lo status quo.
In entrambi i casi si può comunque vedere un focoso desiderio di rivoluzione che, attraverso mezzi politici e sociali, percorre le infauste strade dei due protagonisti. Infatti nessuna delle rivoluzioni desiderate si vedrà realizzata nel racconto, una conclusione eccellente per l’immancabile critica che Sciascia opera nei confronti della sua terra e rispetto all’atteggiamento che questa presenta: l’indifferenza quotidiana a fronte di crimini palesi.

Nella lettura del Consiglio d’Egitto bisogna inoltre considerare un altro aspetto letterario che influisce in modo consistente nella sua lettura. Inserendo questa opera nel mare magnum della più significativa letteratura siciliana, Giancarlo Vigorelli la definì “l’anti-gattopardo”: a sostegno della sua tesi il critico individuò in Sciascia le più sentite intenzioni di frattura nella “gentile” rappresentazione della nobiltà siciliana di epoca risorgimentale ( “un romanzo di sinistra con una lingua di destra”). Infatti se fino a quel momento questa fu sempre giustificata in quale modo e riabilitata narrativamente, soprattutto grazie ad espedienti che l’hanno dipinta  con caratteri camaleontici in grado di evolvere le sue strutture, in questo romanzo le modificazioni (endogene ed esogene), quando avvengono, di rado, rispondono sempre a esigenze personali della stessa, in una chiave che successivamente definirà la nascita della primogenita mafia.

L’intento di Sciascia si è dunque realizzato?
In questi decenni l’Italia intera ha conosciuto nuovi Papi, dalla gestione dell’omicidio Kennedy la commissione Warren ha partorito la contemporanea idea di complotto, intanto, il riconoscimento dei diritti degli afroamericani seppur riconosciuto resta ancora molto più valido sulla carta che nella realtà. E in Sicilia la politica è cambiata? La realtà e il potere sono stati graffiati a sufficienza o ancora si possono riconoscere le maschere?

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Virginia Fattori

è nata nel 1996 a Pesaro, si è laureata in Lettere Moderne con una Tesi in Letteratura Italiana Contemporanea rigurardo “Lo sfacelo dell’istituzione familiare ne Gli indifferenti di Alberto Moravia”. Ha lavorato per Mangiatori di Cervello, premiato ai Macchianera Awards nel 2016 e ha intrapreso un breve percorso nel mondo della cronaca. Nonostante l’inesauribile passione per la letteratura si è avvicinata al mondo del Marketing e della Comunicazione cui ha sostenuto diversi esami durante il percorso di studi. Mentre frequenta la Magistrale in Italianistica lavora nell’ambito della comunicazione politica. Già appassionata sin da giovanissima ha pubblicato “Elle” nella collana di Rupe Mutevoli.

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