Di recente sono venuta in contatto con un cliente che ha intenzione di investire nel Made in Italy artigianale, ecosostenibile e di qualità: un’ottima trovata, ho commentato subito, e mi sono detta disponibile volentieri ad aiutare nelle eventuali traduzioni dei prodotti, dei portali, del materiale illustrativo da proporre al pubblico. Questo è successo in una fase iniziale del nostro confronto lavorativo, a cui ne è seguita un’altra di consulenza.

Il mio cliente, infatti, non è di madrelingua italiana, per quanto conosca profondamente la nostra cultura per via di una serie di ragioni personali, e abbia una certa dimestichezza con la lingua, sebbene da “profano”. Così, nel momento in cui mi ha proposto il nome del marchio che vorrebbe fondare, era piuttosto convinto del fatto che avrebbe funzionato.

Peccato che, quando me lo ha inviato, ho subito constatato che aveva torto. Ha scelto una dicitura in latino, utilizzando il plurale di un sostantivo che io avrei lasciato senza ombra di dubbio al singolare e accostandogliene un altro non declinato, quando invece avrebbe dovuto trovarsi al caso genitivo. Se dovessimo fare un parallelismo, per capirci, sarebbe come pensare all’espressione casus belli storpiata così: casi bellum.

Un consiglio sulla correttezza della voce, però, il cliente non me lo aveva affatto chiesto. Mi aveva consultata in quanto italofona, senza nemmeno sapere se io avessi qualche conoscenza dell’idioma o se avessi un’alternativa migliore da proporre. Io, comunque, ho buttato lì con nonchalance un: Ma forse è un refuso per *casus belli*? Perché è in latino, no?, alla cui osservazione mi sento rispondere in maniera netta: Certo che no, è italiano. Accompagnato subito da un Almeno, credo. 

Ho provato a spiegare l’intera faccenda e ho ricevuto come obiezione: Se declinassi il secondo sostantivo, però, magari non tutti lo assocerebbero alla forma del nominativo, che è più nota e che è quella che a me interessa mettere in risalto. Non nascondo che il ragionamento di per sé funzionava, nel suo piccolo: da un punto di vista di mercato e di efficacia poteva essere condivisibile, ecco, pur rimanendo un obbrobrio per chiunque avesse avuto la minima conoscenza della lingua in questione e avesse dovuto fare acquisti con loro.

Personalmente, ho scelto di non insistere troppo. Non era mio compito – perché non mi era stato assegnato in modo esplicito – disquisire in una certa ottica sul nome, per quanto il mio ruolo normalmente includa una certa libertà di rielaborazione, nel caso in cui dovessi notare un malfunzionamento nel messaggio veicolato, a qualunque livello comunicativo.

Ciò non significa che il cliente avesse ragione, come d’altronde non sempre ne ha, ma più semplicemente che la mia posizione professionale viene di continuo rimodulata sulla base della persona con cui ho a che fare, delle sue esigenze e del suo approccio. Capire quando lasciare che qualcuno abbia ragione a dispetto delle apparenze è una croce, riuscire talvolta a persuaderlo una delizia, e tuttavia fra questi due estremi ci sono sempre cinquanta sfumature di possibilità, che in base alle circostanze possono rivelarsi tanto giuste quanto sbagliate.

Una legge fissa non c’è, insomma, nemmeno non scritta. Un’altra persona al mio posto avrebbe potuto optare per un atteggiamento diverso, tanto quanto avrebbe potuto il mio cliente modificare il proprio. A concorrere sull’andamento del risultato finale sono anche lo status sociale dei due interlocutori, il loro livello di empatia, la consapevolezza l’uno dell’altro di potersi fidare di un parere linguistico o di un’esigenza commerciale, e così via.

Dopotutto, il casi bellum di turno rimane comunque un sintagma comprensibile, sebbene forse non ottimale. Voi, al mio posto, cosa avreste fatto?

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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