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Se è vero che non bisognerebbe mai giudicare un libro dalla copertina, è altrettanto vero che si può già intuire la qualità di una traduzione dal titolo che è stato scelto di attribuire a un’opera. Non sempre, infatti, sono possibili trasposizioni parola per parola, che risultino contemporaneamente efficaci e rispondenti alle intenzioni dell’autore, come accade per esempio per I fiori del male (Les Fleurs du mal) di Baudelaire o Il castello (Das Schloss) di Kafka.

Alcuni titoli, per fortuna, possono essere mantenuti addirittura come in originale, restando comprensibili ai lettori della lingua di arrivo e non creando né ambiguità né potenziali incomprensioni: è il caso di Fight club di Palahniuk o di Insomnia di Stephen King. Circostanze rare e fortunate, in cui la lingua di partenza (qui, l’inglese) è comunque comprensibile senza troppi sforzi. Tutte le altre volte, i traduttori devono fare i conti anche con la croce di non sapere come rendere un titolo e con la delizia di cercarne (e trovarne, se si hanno ingegno e fortuna) uno creativo.

Lungo sarebbe però l’elenco dei tentativi più o meno fallimentare. Il primo che mi viene in mente è L’importanza di chiamarsi Ernesto, in originale The importance of being Ernest, in cui Ernest è sì il nome che finge di avere il protagonista pur di entrare nelle grazie dell’innamorata, promessa sposa a un altro che si chiama proprio Ernest, ma anche un termine dalla pronuncia simile all’aggettivo earnest (onesto). Per questo motivo, il gioco di parole può essere salvato solo con una trovata diversa, la migliore delle quali a mio avvio in Italia è venuta in mente a Rusconi libri: L’importanza di essere Franco, ambiguo e allusivo al punto giusto.

Cambiando versante, una situazione analoga si verificò nel XVII secolo in Italia, al momento di traduttore il Don Quijote de la Mancha. Quijote, infatti, all’epoca designava il pezzo dell’armatura destinata a coprire la coscia e il quarto posteriore degli equini, compreso tra l’anca e il garretto (dal catalano cuixot). Oltretutto, il celebre personaggio si rifà ai valorosi cavalieri medievali, fra i quali il più conosciuto era senza dubbio Lancillotto, in spagnolo Lanzarote (che termina in -ote, come Quijote).

Lorenzo Franciosini da Castelfiorentino ignorò (o ignorava?) una tale ricchezza di rimandi e optò per un calcato Don Chisciotte, impostosi poi nella tradizione. Un’idea migliore, però, avrebbe potuto essere Don Cosciotte o, ancora meglio, come propone Valastro Canale, «quijote = cosciale; Lanzarote = Lancillotto; don Quijote = don Coscialotto*». Avrebbe mantenuto i richiami dell’originale riuscendo a fare sorridere anche i lettori italiani, per quanto sfortunatamente sia una variante destinata a non potersi più imporre, per via di un certo inevitabile conservatorismo traduttivo e culturale non privo di difetti, ma atto a garantire una qualche coerenza continuativa in termini logico-temporali.

E non è tutto: non molti sanno che il famosissimo Guerra e pace di Tolstoj ha, in realtà, un titolo intraducibile in gran parte delle lingue del mondo, perché nasconde a propria volta un duplice significato. Война и мир (Vojnà i mir), infatti, vuol dire letteralmente guerra (vojnà) e… Mir, un termine con corrispettivo omofono fino al 1918 (e poi anche omografo, da quell’anno in poi) che poteva indicare la pace (prima миръ, ora мир), ma anche il mondo o la società (prima міръ, ora мир).

C’è chi sostiene che nelle intenzioni autoriali il titolo fosse davvero Guerra e pace, dato che Tolstoj stesso lo rese in francese come Guerre et paix, c’è chi ribatte che doveva forzatamente optare per una delle due opzioni nel momento in cui l’omofonia funzionava solo in russo. C’è chi fa notare che Majakovskij, nel 1913, scrisse una poesia dal titolo Guerra e società (Война и міръ), forse rifacendosi al grande romanziere, e chi ritiene l’antitesi guerra/pace troppo scontata per un capolavoro che, in effetti, sembra volere fare un ritratto della guerra e della società, piuttosto che della pace.

Un “mondo” di enigmi e di domande senza risposta, insomma, quello dei titoli dei libri, che perseguita e affascina i traduttori da secoli e che aveva creato le prime difficoltà già nell’antica Roma: come tradurre, infatti, per dirne una, l’Anabasi di Senofonte dal greco al latino**? Ai posteri (e forse neppure a loro) l’ardua sentenza.

 

*Cfr. Cervantes, de Miguel, Don Chisciotte della Mancia, Rico F. (a cura di), Valastro Canale A. (trad. italiana di), Bompiani, 2012, Milano.

**Cfr. Anabasi – terminologia.

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Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

4 Comments on “I titoli dei libri

    1. Eva Luna Mascolino
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