Vi sembrerà po’ bizzarro che qualcosa di ascrivibile alla definizione di realia possa, in qualche modo, non esistere. Eppure, è proprio quello che accade spesso in traduzione, visto che con “realia” si indicano quelle «parole (e locuzioni composte) della lingua popolare che rappresentano denominazioni di oggetti, concetti, fenomeni tipici di un ambiente geografico, di una cultura, della vita materiale o di peculiarità storicosociali di un popolo, di una nazione, di un paese, di una tribù, e che quindi sono portatrici di un colorito nazionale, locale o storico; queste parole non hanno corrispondenze precise in altre lingue»*.

Costituiscono un realia gli anime giapponesi, per esempio, o il Beaujolais francese: stiamo parlando di cartoni animati e vino rosso qualsiasi? Non esattamente. E il problema con i realia è proprio questo, che in traduzione non si può esattamente spiegare di cosa si tratti. La trojka russa è molto più di una semplice slitta, così come la pampa argentina non è una pianura tout court, e lo stesso vale per la differenza fra soccer e football o, all’inverso, per la maniera in cui cambiano in una caffetteria estera i significati di latte, cappuccino, americano e così via.

Talvolta si può avere a che fare con realia di tipo geografico o storico, altre volte di stampo politico o sociale, o ancora legati al mondo delle leggende, delle tradizioni popolari, degli utensili casalinghi, di figure dell’immaginario collettivo inesistenti altrove. I realia sono, quindi, quanto di più concreto e reale una cultura abbia da esprimere: parole come tesori, che dentro di sé hanno spesso l’eco di secoli lontani. Addirittura ne esistono di stampo metereologico, come i tornado americani o i monsoni dell’Oceano Indiano, ma anche di tipo culinario (basti pensare alle nostre svariate forme di pasta) o artistico (si vedano i murales).

E che dire di Santa Claus? Provate a spiegare i suoi connotati a uno yemenita, o a farvi spiegare dagli ucraini quello di Nonno Gelo. Dopodiché, capirete che è comunque impossibile “tradurli” in italiano, cioè, etimologicamente, trasportarne la valenza semantica, etimologica e pure fonetica nella vostra lingua di arrivo. Qualcosa per strada si perde per forza – e non si tratta di un sovrappiù, bensì del nucleo che tiene insieme significante e significato. Della rappresentazione mentale di un certo concetto a cui rinunciare ci sembra sempre un peccato.

Cosa fanno i traduttori di fronte a questa croce, allora? Salvano il salvabile, in breve. Rendono il sintagma con lettere dal suono simile, in primissimo luogo. A quel punto cercano di capire quanto intuitivo sarebbe per un lettore risalire alla fonte del realia, quanto ha in comune la loro formazione con quella del Paese di origine del testo, e se necessario aggiungono degli elementi di aiuto. Ora ci si ritroverà una nota a piè di pagina in più da spulciare, quindi, ora ci ritroveremo un aggettivo supplementare accanto a un sostantivo, ora addirittura una perifrasi all’interno stesso del paragrafo, oppure un cambiamento più radicale.

«In questo caso non si tiene conto del significato di una parola, ma del significato globale della frase nel testo in questione, e si trova una soluzione che serve, se non proprio a tradurre, a non far cadere il discorso (per esempio, la frase “Questo farmaco lo passa la mutua?”, tradotta in un contesto statunitense, potrebbe diventare “Questo farmaco è molto costoso?”)»**, dal momento che né la mutua né la sanità esistono negli Stati Uniti per come li intendiamo noi e che non avrebbe senso approfondire il discorso una sede simile.

In altre circostanze, naturalmente, farlo potrebbe essere invece di vitale importanza: pensiamo a testi specialistici o scientifici, in cui non ricorrere all’approssimazione è fuori discussione anche di fronte a un’evidente lacuna culturale. Lì la delizia di “ricreare” un realia si fonde con quella di mantenerlo intatto, di trovare per lui una cammino percorribile da un idioma all’altro, a prescindere dalle condizioni che troverà lungo la via. Pazienza, accuratezza, inventiva, precisione, adeguatezza, coraggio, fatica, serve davvero un po’ di tutto per un viaggio del genere – d’altronde, qualcuno ha mai detto che il mestiere del traduttore sia anche solo un filo meno complicato di così? E, se lo ha pensato, si sbagliava.

 

*Cfr. Florin S. & Vlahov S., Neperovodimoe v perevode. Realii, in Masterstvo perevoda, n. 6, 1969, Sovetskij pisatel’, Moskva, pp. 432-456.
** Cfr. Osimo B., Manuale del traduttore. Guida pratica con glossario, Hoepli, Milano, 1998, p. 65.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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