Era come se un lottatore di sumo si fosse addormentato sulla sua schiena, come se tutto il suo corpo avesse subito una prigionia di guerra, e in fondo, forse, dentro una prigione stava vivendo e, forse, una guerra la stava combattendo. Le braccia erano pesanti, il cuore affaticato, l’intestino annodato proprio come quella cravatta che doveva indossare e stringere e sistemare tutte le mattine da cinque anni a questa parte. Tutte le mattine lo stesso percorso, gli stessi passi, le stesse scale e le stesse inevitabili facce da mostrare, lo stesso sorriso stampato. Tutte quelle mattine a convivere con lo sforzo di non vomitare, placare la nausea e l’inarrestabile voglia di urlare contro una parete bianca, contro lo specchio che lo rifletteva in tutta la sua mediocrità dozzinale, in tutto quel magnifico corpo che si scomponeva liquidamente con il passare degli anni, accumulando grasso e disperdendo bile. Era fortunato, gli cantavano belando tutti in coro. Fortunato lo era ma solo di notte, quando nel silenzio e nella piena solitudine si spogliava della luce del sole per mostrarsi veramente nudo solo agli occhi della luna. Una luna clemente, sempre pronta alla comprensione e al perdono, un perdono che gli concedeva in silenzio.
Era come se un lottatore di sumo si fosse divertito a saltare sulle sue braccia, come se un esercito nemico lo avesse torturato per puro inspiegabile divertimento. Il suo corpo da qualche tempo gradualmente si stava disarticolando, era da qualche tempo che aveva visto spuntare in corrispondenza delle ginocchia e delle caviglie e del collo e dei polsi e dei gomiti e sulle spalle, punte di fili trasparenti, e poi, con la stessa gradualità con la quale le sue articolazioni si erano allentate, quei fili trasparenti si erano allungati. Li trascinava per tutto il giorno e magicamente scomparivano di notte alla luce della luna e ricomparivano alla luce del sole. Si allungavano sempre più diventando sempre più pesanti, affaticandolo sempre più un peso che diventava sempre più insopportabile. Le forze gli venivano meno così come la voglia di sorridere e la curiosità di scoprire, ma in fondo lo sapeva che era tanto fortunato. Tutti pigolando gli suggerivano di tacere, di stare in disparte, di arrotolare la sua anima, di distruggere il suo spirito. Il tempo non era suo, e tutti, come bestie fameliche, si lanciavano sul suo sbrindellandolo senza pietà, lo facevano sorridendo. Di giorno il tempo non era mai stato suo, niente era suo. Sorridere a comando, muoversi, tacere, parlare, ballare e correre, niente era suo, solo il gesto di sistemarsi la cravatta, forse, era suo. Una cravatta scadente, dozzinale come i suoi sogni che ormai non ricordava più. Solo di notte si riappropriava del tempo, quelle lunghe corde trasparenti scomparivano.

Ormai, da un po’ di tempo un tarlo graffiava e mordicchiava le sue membrane cerebrali.

Era stanco di portarsi dietro queste lunghe e spesse corde che da un po’ sembrava avessero vita propria. Ogni tanto durante la giornata, senza preavviso, entravano in tensione, quasi lo staccavano da terra per pochi impercettibili secondi e, in quella frazione di secondo, aveva la strana sensazione che il tempo tornasse a irrorare le sue vene. Era come se potesse di nuovo sognare, in balia forse di una forza sconosciuta. Una sensazione di libertà che da tempo non provava. Poteva lasciarsi andare. Per sua fortuna quelle corde con il passare del tempo diventavano sempre più autonome, con sempre maggiore frequenza lo staccavano da terra, tese verso l’alto e lui con il capo chino come se fosse su di un’altalena al centro del mondo.

Da un paio di giorni una moltitudine di tarli graffiavano e mordicchiavano le sue membrane cerebrali, quelle meravigliose corde diventavano sempre più leggere, ormai lo tenevano più volte durante la giornata in sospensione. In quegli attimi il mondo era suo, suo era di nuovo il tempo e per giunta di giorno, era come se un Dio ancora non adorato gli avesse benedetto la vita. Finalmente di giorno tutto sembrava andare per il verso giusto; di notte però quelle meravigliose corde sparivano per ritornare sempre più vive ai primi raggi di sole. Qualcosa nella sua vita mancava, un senso di incompletezza lo turbava, voleva che quelle corde restassero con lui anche di notte, durante le sue interminabili camminate e l’idea, quella idea figlia di quei graffi e di quei morsi, gli era venuta in mente proprio durante una delle sue lunghe camminate notturne mentre attraversava Ponte Italo Ferrari.

Avrebbe aspettato l’alba seduto, in silenzio, sul muretto in pietra che disegnava il ponte, con le gambe ciondoloni nel vuoto, avrebbe aspettato l’alba e poi al primo delicatissimo filo di luce si sarebbe alzato in piedi. Si sarebbe fatto accarezzare il viso dai primi raggi di sole e sorridendo si sarebbe lanciato nel vuoto, sicuro del fatto che quelle corde trasparenti sarebbero rispuntate ancora una volta per non lasciarlo mai più.


 

Donatello Cirone

È nato in Lucania nel 1986, vive e lavora a Firenze. Nel 2010 ha fondato la Rivista Letteraria L’Irrequieto, che da allora gestisce quotidianamente con dedizione. Condirettore di Radio Senza Frontiere. Co-fondatore di Light Magazine. Per fortuna è insonne. Cerca di sorridere. Fa troppe domande. Quando non cede alla tentazione di perdersi tra i decimali del Pi Greco lavora. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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