La traduzione editoriale, con le dovute eccezioni e nonostante non sia di certo l’unica, richiede un livello di creatività e di ri-creazione del testo alle volte elevatissimo. Ogni volta che mi capita di parlarne mi viene in mente un esempio eclatante e, al contempo, tra i più affascinanti: quello dei giochi di parole. Di recente me ne sono capitati un paio che condivido con voi, per riflettere insieme sulle diverse strategie attraverso le quali si può trovare una soluzione più convincente, divertendosi e sforzandosi oltre l’immaginabile.

Caso 1

Una mia amica sta traducendo un’opera in prosa dal russo e ad un certo punto, in un dialogo fra due dei personaggi principali, la lei della situazione (maliziosa e provocatrice) sta provocando lui (religioso e riservato): gli domanda se sappia come si dice “ti amo” in diverse lingue e gli dice subito la soluzione, finché non arriva al cinese e inventa un mix di suoni che, in russo, suona come uno sfottò, al pari dei nostri plova il liso alle veldule et similia, ma che è contemporaneamente un’espressione di senso compiuto, utilizzata per alludere alla possibilità che due persone abbiano un rapporto sessuale (Сунь и Вынь, per chi capisce il cirillico). Se vi siete un po’ persi o se non avete capito a cosa corrisponda in italiano, è perché una traduzione predefinita non esiste.

Dopo avere cercato online qualche freddura legata ai nomi propri cinesi, sulla falsa riga di “Chon Full” per i giocatori di poker incalliti, e avere ragionato invano su una serie di alternative, mi è venuta l’idea di cambiare la lingua di riferimento. E ho suggerito: Sai come si dice “ti amo” in spagnolo? Eh, lo sai? Si dice “Juan Do Meladay”. Comprensibile, spassoso, fedele all’originale per quanto in apparenza lontanissimo – e terribilmente difficile da trovare.

Caso 2

A lezione di traduzione saggistico-letteraria dal francese all’italiano, ci imbattiamo in un romanzo in cui un dodicenne sta descrivendo un’attività collaterale a cui si dedicano al cinema certi spettatori. Li chiamano patins, dice letteralmente, anche se gli unici patins che conosco io sono quelli che metto ai piedi quando sono a casa. Perché i patins, in francese, sono sia certi baci che le ciabatte. Ebbene?

In italiano ci interroghiamo sulla polisemia di parole come pesca-pesca (attività dei pescatori vs. frutto) e, seguendo questa pista, arriviamo a una soluzione stimolante: Li chiamano limoni, anche se gli unici limoni che conosco io sono quelli che sbucciamo a casa quando siamo a tavola. Stessa lunghezza, stessa struttura, stesso sorriso sulle labbra di chi legge. Eppure, nella testa di chi traduce sono necessari svariati passaggi intermedi e molte prove fallimentari, prima di arrivare a quella più convincente.

Caso 3

Il terzo caso riguarda questa vignetta con didascalia in inglese, il cui autore è Phil Selby: l’ho trovata navigando sul Web, mentre spulciavo alcune pagine umoristiche sui social network. Mi ha colpita perché era stata condivisa con un intento unicamente ludico, senza una riflessione più profonda legata a una potenziale traduzione. Se, però, la volessimo spiegare a un italiano che non parla inglese, con quale frase ad effetto potremmo sostituirla?

Il contesto è il seguente: due roditori tentano di evangelizzarne un terzo, presentandosi davanti alla sua tana. Sono dei Church mice, cioè dei topi di chiesa, e allora esordiscono con il classico Vorremmo parlarti di… Cheeses. Che significa formaggi, ma che si differenzia dalla parola Jesus (Gesù) per un solo fonema (/ˈtʃiːzəs/ vs. /ˈdʒiːzəs/). Ennesimo caso di difficoltà reale e che, io sappia, finora insoluto. Uno di quelli che, se facessimo i traduttori per lavoro, potrebbero costringerci a rimanere alla scrivania per interi pomeriggi. Fa sbellicare e porta sull’orlo di crisi di nervi irreversibili, con pochissime vie di mezzo – e, se non ci credete, provate voi stessi ad avanzare una proposta efficace e a cronometrare il tempo che impiegherete prima di ritenervi soddisfatti al 100%. Sono tutta orecchi!

(Si ringrazia Luisa Magni per la condivisione di alcuni materiali qui proposti)

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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