Su alcuni esempi di giochi di parole interessanti in traduzione avevo già scritto un articolo per questa rubrica mesi fa, ma c’è un caso che mi è capitato personalmente di dovere risolvere (se vi sembra di sentire parlare un detective perdonatemi, è che effettivamente i due mestieri hanno qualche mistero in comune) e del quale vorrei parlare in maniera più approfondita. Si tratta di un racconto russo scritto nel 1958 da Valerija Spartakovna Narbikova, che da alcuni è stato addirittura associato al genere del saggio, e che ho scoperto grazie alla mia lettrice del secondo anno di università.

Lì per lì l’ho quindi scoperto in quanto oggetto di studio, non in quanto testo da ri-scrivere in una nuova lingua. L’obiettivo era riuscire a leggerlo ad alta voce in modo scorrevole e padroneggiarne gli aspetti grammaticali, per essere poi in grado di rispondere a una lista di circa quaranta domande di comprensione. Ricordo di averlo preparato con una delle mie compagne di classe più brillanti e di avere avuto difficoltà già allora a non perdere il filo del discorso, figuriamoci quando un anno e mezzo fa ho deciso di tradurlo in italiano per un concorso letterario.

Le complicazioni sono cominciate fin dal titolo, che peraltro coincide con la parola-chiave dell’intera storia e con un esempio di polisemia piuttosto complesso da sciogliere. Il termine in questione è Časy (Чaсы), che in linea di massima significa tanto ore quanto orologio. Tanto l’unità di misura quanto lo strumento che serve per la misurazione. E se pensate che la difficoltà consistesse “semplicemente” nello scegliere una strada anziché l’altra in italiano vi sbagliate e avete sottovalutato il problema.

La vicenda, infatti, si sviluppa fin dall’inizio sulla base di questa ambiguità: la protagonista sostiene di avere perso il suo (o le sue) časy, che prima c’era lui a tenere il conto per lei, lui pronto a dirle che ore fossero, e lei che di conseguenza non aveva bisogno di tenere il conto delle ore mediante un orologio. Dopodiché, lei ha perso lui e ha perso anche la possibilità di uscire di casa senza orologio. Il suo, però, lo aveva perso, e come l’orologio probabilmente aveva perso più di ogni altra cosa le sue ore, cioè la sua cognizione del tempo.

Dopo la separazione dal lui, la donna spiega quindi di avere deciso per la prima volta di essere indipendente, di entrare in un negozio e comprare un orologio per non sentirsi più smarrita nel tempo. Si lascia consigliare dal proprietario, esprime delle preferenze, indugia in certi ricordi. E sul più bello si rende conto che non le piace granché l’idea di spostarsi continuamente nel mondo con un orologio al polso, come se il tempo fosse davvero del denaro, come se tutto dovesse piegarsi a una convenzione e alla fretta degli altri. Per lei, infatti, le ore in realtà sono ferme (o lo sono gli orologi). O meglio, sembra si muovano, ma solo in apparenza: nella sostanza non si spostano mai dalla loro posizione.

Una metafora interessante e di uno spessore notevole, che ha come perno proprio la doppia valenza delle nostre fatidiche časy. Tradurle, non tradurle? Tradurle con un corrispettivo soltanto? Tradurle con entrambi, o magari tradurle con dei sinonimi? Non tradurre un bel niente e dedicarsi a un’impresa più facile? Strade dignitose, dalla prima all’ultima. Se non fosse che di volta in volta bisogna sceglierne una sola e percorrerla fino in fondo. Io ho scelto di tradurre alternativamente come ore o come orologio, sulla base del contesto. Ho perso qualcosa, ho preservato qualcos’altro.

E, mentre cercavo di spiegare il mio dilemma a un’amica scrittrice, a lei la faccenda ha dato l’ispirazione per un nuovo racconto, uscito peraltro proprio su un numero de L’Irrequieto. Si chiama Il riso, come immaginerete interpretabile o come espressione di gioia e serenità o come alimento commestibile: che diventi lui la croce e delizia dei traduttori letterari di domani?

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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