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“Si Muove Veloce, Il Dolore” e la Poetica Araba Contemporanea

 

Si muove veloce, il dolore
Questo non è il mondo per cui sono nato

 

Un altro tempo, non è quello che sognai
Non era all’altezza, il tempo, del suo compito
Nel trasformarmi, in un uomo degno.

Un tempo che, presto, ha tagliato la mia lingua
Sono rimaste in ostaggio, le mie parole
Come seppellite, nel suo profondo.

Con attenzione ascolto ancora, l’oscenità di questo tempo
Il suo testamento, le sue parole certe
I miei pensieri nascono, dalle sue ossa fini, e fragili.

Mi porta via, il tempo, fino al limite del mio sangue
Muoio
Divento amico, delle larve della notte
È stretta, l’oscurità, nella grande menzogna
Della salvezza, e della pace.

Fuggendo dal terrore
Le sue valli
Un padrone selvaggio, ho costruito per me
Ho paura, mi spaventa il suo intelletto
Il suo piacere, per il mio dolore.

Per un attimo, non vedo la ratio delle stelle
In questo libro antico
Degli uccelli, dei rapaci.

Nella tristezza, la mia mente è trafitta dal secolo, il corno del divino
Con parole inquinate e sporche
Ho lasciato la mia immaginazione raccontare la sua fragilità.

Della verità, il più grande dei fantasmi
Dentro di lui la mia anima, ho seppellito
Nel suo petto il mio cuore, per un tempo
Più lungo, dell’ultimo respiro.

[…]

Con una lanterna cieca, nelle foreste del pianto,
È continuata la mia corsa precipitosa,
Senza mai allontanarsi dal cratere del tormento.

[…]

Il maleficio è il mio letto, e l’inganno il mio cuscino,
Desidero, tanto, proseguire nel mio sonno
Piove l’ignoranza, dalle visioni della notte.

[…]

È diventata la mia testa un pallone
I fumi della sconfitta lo riempiono,
Fluttua nello spazio pallido,
Una mano esangue la fa girare, amputata dal corpo.

In una navicella senza aria, alla ricerca del silenzio muto,
Continua la mia rotazione su me stesso,
La roccia della nausea
È simile, nelle forme, ai seni della santità.

Ciò che vedo, non è che l’esplosione infuocata delle stelle,
Ciò che sento, non è che un solo gong
Chiama al diffondersi dello squarcio
E allo sperpero del fiume di sangue.

[…]

***

Ahmed Al Ajmii

Ahmed Al Ajmii nasce nel 1958 nel villaggio di Al Diraz, in Bahrein, figlio di un marinaio e di un’ostetrica. Nel 1976, inizia i suoi studi in Letteratura Araba presso la Kuwait University. Durante gli anni dell’università, diventa segretario della National Union of Bahrain Students e comincia a scrivere poesie di resistenza e lotta studentesca. A causa della sua attività politica, viene espulso dall’università e dal Kuwait. Riprende i suoi studi presso la Beirut University, in Libano, dove si laurea in Lingua e Letteratura Araba.

Dal 1987 ad oggi ha pubblicato 18 raccolte di poesie, due saggi – uno sulla cultura democratica, e uno sulla poetica araba contemporanea – e un romanzo sulla vita di un detenuto politico (tratto da una storia vera ma in forma di fiction letteraria).

Dal 1980 al 2011, è stato membro della cosiddetta “Famiglia di Letterati e Scrittori”, una delle principali istituzioni letterarie e culturali del paese dal 1969, anno della sua fondazione.  Nel 1999, è stato direttore dell’associazione. Tra gli anni 80 e gli anni 90 ha scritto numerosi articoli e poesie per la loro rivista ufficiale, Kalimaat (“Parole”) e, assieme ad altri scrittori e poeti, ha fondato, negli anni 90, la rivista Karaz (“Ciliegia”), di cui è stato redattore capo.

A seguito della posizione politica assunta dalla Famiglia in occasione delle proteste del 2011 (nel quadro della cosiddetta “Primavera Araba”, migliaia di migliaia di cittadini, in Bahrein, sono scesi in piazza per chiedere riforme politiche e sociali), ha dato le sue dimissioni. È membro dell’International Pen Club, l’associazione di scrittori e poeti fondata a Londra nel 1921. Vive a Manama, la capitale del Bahrein, dove continua la sua attività poetica e organizza eventi culturali.

Si Muove Veloce, Il Dolore

Si Muove Veloce, il Dolore è un lungo poema del 2016 di cui sto curando la traduzione dall’arabo. Un poema dai toni cupi, dark, a tratti grottesco e surreale, che intreccia il dramma esistenziale di un uomo corrotto dal dolore – “Nella tristezza, la mia mente è trafitta dal secolo, il corno del divino” – “Della verità, il più grande dei fantasmi / Dentro di lui la mia anima, ho seppellito” – con il gusto estetico dell’horror, del macabro – “Mi porta via, il tempo, fino al limite del mio sangue / Muoio / Divento amico, delle larve della notte / È stretta, l’oscurità, nella grande menzogna”.

La frantumazione dell’io avviene nella sua metamorfosi. Il poeta soccombe dinanzi a un “tempo” che “non è [quello] per cui sono nato” – “Un tempo che, presto, ha tagliato la mia lingua”, “Nella tristezza, la mia mente è trafitta dal secolo, il corno del divino”. Abbondandosi al dolore, si trasforma in un “padrone selvaggio” – “Fuggendo dal terrore […]  Un padrone selvaggio, ho costruito per me / Ho paura, mi spaventa il suo intelletto / Il suo piacere, per il mio dolore”.

Nell’abbandono a un tempo “osceno” – “Con attenzione ascolto ancora, l’oscenità di questo tempo / Il suo testamento, le sue parole certe / I miei pensieri nascono, dalle sue ossa fini, e fragili” –  che lo “porta via […] fino al limite del mio sangue”, il poeta diventa “amico, delle larve della notte”. E, “Con una lanterna cieca, nelle foreste del pianto”, continua la sua “corsa precipitosa”.

Una corsa negli abissi del male, della “menzogna”, di una “ratio delle stelle” che non si trova; una corsa che il poeta conduce sognando l’oblio del sonno – “Il maleficio è il mio letto, e l’inganno il mio cuscino / Desidero, tanto, proseguire nel mio sonno / Piove l’ignoranza, dalle visioni della notte”.

“Il tempo è uno dei protagonisti del mio poema”, mi ha detto Al Ajmii in un recente chiacchierata via mail – “Il tempo che non siamo riusciti a superare. Il tempo in cui la nostra civiltà è morta: il tempo che ha prodotto il pensiero terrorista, il nichilismo esistenziale. Il tempo che ha rovinato i nostri sogni, le nostre aspirazioni per il futuro. Il tempo che ha bruciato i nostri ricordi, che ci ha reso ciechi”.

In altre occasioni, Al Ajmii ha indicato nell’ecatombe causata dallo Stato Islamico dell’Iraq e Siria (ISIS) la causa profonda dello smarrimento di cui narra il poema; il dolore, per un uomo musulmano, di vedere il “diffondersi dello squarcio”, lo “sperpero del fiume di sangue”. Ed è così che il poema è stato presentato in patria, in Bahrein, dove Al Ajmii vive sorprendentemente ancora, nonostante la repressione della comunità sciita di cui fa parte e la sua partecipazione alle proteste del 2011, a cui è seguita una feroce e brutale contro-rivoluzione che ha reso il regime più saldo che mai. Ci si chiede, quindi, quanto il poema narri solo dello Stato Islamico o quanto, in una prospettiva più ampia, ritragga il dolore di un uomo che, per tutta una vita, ha fatto i conti con i mostri dell’eredità post-coloniale.

Gli Al Khalifa, infatti, furono riconosciuti come legittimi monarchi dall’amministrazione inglese, nella cui sfera di influenza rientrava il Bahrein nel 19esimo e 20esimo secolo. Il dinamismo delle società tribali, caratterizzato da frequenti migrazioni, piccole guerre tra famiglie, cambi di autorità, fu cristallizzato dall’impero britannico in una monarchia, con la quale stringere accordi e trattati che favorissero la presenza della Gran Bretagna in un territorio ricco di risorse naturali, in primo luogo petrolifere. E gli Al Khalifa, per quanto non riconosciuti dalla popolazione come legittimi regnanti, sarebbero rimasti al trono fino ad oggi, esercitando un potere autoritario, repressivo e, in risposta alle frequenti sollevazioni popolari, feroce e brutale.

“In Guerra Non Mi Cercate. Poesia Araba delle Rivoluzioni e Oltre”

Con il suo Si Muove Veloce, il Dolore, Ahmed Al Ajmii offre numerosi spunti per una riflessione sulla poetica araba contemporanea. Come ha scritto Simone Sibilio, curatore assieme a Oriana Capezio, Elena Chiti e Francesca Corrao, della raccolta In Guerra Non Mi Cercate. Poesia Araba delle Rivoluzioni e Oltre (Mondadori, 2018), è una poetica, questa, “in cui a prevalere è senza dubbio l’irruzione dell’io, lo scavo interiore delle pulsioni vitali, così come di dubbio e mistero. A prevalere è il sussulto della voce intima che indugia tra l’amore e il dolore, tra la presenza e l’assenza, sul cui confine si ravviva la più elevata espressione del sentire umano”.

È una poetica che intende superare il passato a più livelli – nel superamento della poesia d’impegno di stampo più esplicitamente militante (pensiamo al siriano Nizar Qabbani, e alla sua rielaborazione del trauma della “Guerra dei Sei Giorni” del 1967), così come dei trend modernisti di sperimentalismo estetico-formale, in cui il poeta assume un ruolo di profeta rivoluzionario non in qualità di portavoce del sentito comune ma, al contrario, di intellettuale al di sopra delle masse (un ruolo e una poetica sperimentale di cui Adunis è stato uno dei primi fautori).

Questa nuova poetica, di cui Al Ajmii sembra far parte a pieno, riformula del modernismo alcune traiettorie (la ricerca mistica, il simbolismo), ma porta avanti nuovi elementi che riguardano sia il componimento poetico – nelle forme e nei contenuti – che il ruolo del poeta nella società.

Sul piano formale, a prevalere è l’immagine – la parola poetica carica di senso, di immaginario; il potere evocativo della singola scena, del frammento, della descrizione ­ – in Al Ajmii, ad esempio, la ricerca smarrita di senso è la “navicella senza aria”, che ruota su se stessa persa nello “spazio pallido”.

Sul piano dei contenuti e sul conseguente ruolo del poeta nei confronti della società, è l’impatto sull’io del contesto sociale e politico a diventare protagonista. È un io, quella della poetica araba del nuovo millennio, che è in primo luogo uomo – è la voce dei giovani, delle donne, degli uomini che nel 2011 sognarono la libertà, il crollo dei regimi autoritari del Medio Oriente, che intonarono canti di resistenza e di speranza. E che, in seguito alla violenta repressione che è seguita, ne hanno pianto il dramma, vissuto il lutto; hanno guardato con smarrimento ai nuovi regimi, alle lotte fratricide. È un io fortemente radicato nella collettività – di essa canta il dolore, la sconfitta; la speranza e la resistenza.

In Guerra Non Mi Cercate. Poesia Araba delle Rivoluzioni e Oltre raccoglie numerose voci di questa nuova poetica. Lo smarrimento di Al Ajmii è quello del libico Ashur Etwebi, che ne La Pioggia di al-Tuwwaybiyya cerca il senso dell’esperienza libica, dapprima liberata dal regime di Gheddafi e poi martoriata dalla guerra civile e dalle milizie islamiste – “Come ricostruire i miei lamenti spezzati mentre questa rovina getta il lenzuolo ai miei piedi. Come sognare se questa terra desolata mi si sgretola davanti?” (traduzione di Simone Sibilio).

I fantasmi di Al Ajmii ricordano gli spettri di Fadhil al-Azzawi, iracheno – “Fantasmi che vagano e danzano nel buio, vengono a me in gruppi / con delle torce che accendo per illuminare il cammino dei ciechi verso / la mia festa […] In un albergo storico / sono seduto a scrivere poesie / per intrattenere i miei fantasmi / che vagano per i continenti del mondo / come me” (Il Poeta in Esilio, traduzione di Fatima Sai).

“La poesia, più che rivelare la bellezza della vita, crea la bellezza della vita”, mi ha scritto Al Ajmii qualche tempo fa. “Esploro molto il tema del dolore, sì, ma non soccombo ad esso scrivendone. Semmai, esponendolo, rappresentandolo, mostrando la crudeltà del dolore, creo bellezza. Lenisco le ferite umane, semino la piantina della speranza e della determinazione”. È quello che fanno molte poetesse e poeti della raccolta “In Guerra Non mi Cercate”. La siriana Maram al-Masri, che celebra la libertà – “Arriva nuda / in cima alle montagne siriane / nei campi profughi […] eppure avanza / passa / le tagliano la gola / ma continua a cantare” (senza titolo, traduzione di Oriana Capezio).

O il curdo Marwan Ali, che ci ricorda che il Medio Oriente non è fatto solo di dolore, di lacrime, di guerre e smarrimento.

“In guerra non mi cercate / io sto / a Karsor / steso sul prato / sotto il gelso / aspetto chi torna…” (senza titolo, traduzione di Elena Chiti).

[Foto di copertina: Manama, Bahrein, Reuters]

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Enrica Fei

Enrica Fei, arabista, studentessa di dottorato in Politiche del Medio Oriente, analista su Iraq e Iran per un’agenzia di consulenza, è scrittrice di racconti, testi teatrali, recensioni e articoli su Medio Oriente e società. Divisa fra la passione per la letteratura e quella per il settore socio-umanitario e gli affari internazionali, studia lingua e letteratura araba e francese, mediazione inter mediterranea e relazioni internazionali. Viaggia molto, soprattutto nel Medio Oriente (in Egitto, Marocco, Siria, Giordania, Libano, Bahrain, Kuwait e Iran). In Giordania studia per più di un anno all’Istituto Qasid, dove perfeziona il suo livello di arabo che, ad oggi, utilizza correntemente per lavoro. Ha vissuto a lungo a Londra ma, nel 2018, si è trasferita a Berlino. Vive tra Berlino e Firenze. Sta curando la traduzione dall’arabo del poeta arabo Ahmad al-ʿAjmii.

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