Reading Time: 3 minutes

Perché dovremmo ancora chiamarlo graphic novel o forse no.

 

In questa rubrica abbiamo parlato spesso del graphic novel. Abbiamo analizzato l’origine del termine, quando questo indicava soltanto dei fumetti che per qualità, soprattutto esteriore, si differenziavano di gran lunga dagli altri che venivano prodotti in massa; abbiamo analizzato la sua evoluzione nel tempo, quando è arrivato a designare fumetti che per contenuti, diciamo più ‘elevati’ sia sotto il profilo grafico che della scrittura, si distinguevano dai comics di semplice intrattenimento. Negli anni quindi il termine graphic novel, o romanzo a fumetti, è diventato una sorta di etichetta nobilitante: un bollino da applicare a quei fumetti più maturi, e più vicini alla letteratura, che indicasse ai lettori un buon prodotto da leggere. In realtà la questione ha fatto molto più comodo alle case editrici che ai lettori, dal momento che nella maggior parte dei casi questa cosiddetta etichetta nobilitante ha caratterizzato un ennesimo aspetto del mercato editoriale; in buona sostanza è diventato qualcosa che fa tendenza. È diventato di moda soprattutto negli ultimi dieci, quindici anni. Alla fine quasi ogni fumetto è finito per coincidere con l’essere un graphic novel e questo anche perché gli editori, i giornalisti, i recensori, etc. ne hanno abusato e hanno cominciato a farne un uso improprio ad oggi largamente diffuso. Tutto questo non ha fatto altro che creare grande confusione, dentro e fuori il mondo dei comics. Uno degli errori più comuni, ma non tra i più gravi, è il suo utilizzo al femminile: la graphic novel. Chissà, forse per una certa assonanza con la parola italiana che identifica la novella. Ora non voglio continuare questo pezzo raccontando le lontane origini della novella ed elencare alcune delle opere più importanti del genere, ma mi limiterò all’osservazione della parola originale di graphic (grafico) novel (romanzo). Come è chiaro -forse mai abbastanza- ci troviamo di fronte ad un romanzo e non ad una novella. Ma, come ho già anticipato, questo errore, che è tra i più comuni anche presso gli operatori del settore, non è il più ‘pericoloso’. Molto grave, invece, è l’utilizzo improprio che se ne è fatto in tempi più recenti.

Gli aficionados di questa rubrica sanno bene che io tendo ad ignorare il termine graphic novel e che ne ho addirittura proposto una sua ‘morte’ (si legga in merito Quale futuro per il graphic novel?). In alcuni articoli precedenti, per avallare la mia proposta, ho riportato il pensiero di un personaggio molto noto come Alan Moore che al termine di romanzo a fumetti preferisce di gran lunga quello generico di fumetto. Non abbiamo davvero bisogno del termine nobilitante di graphic novel. Infatti, se pensiamo che in letteratura non c’è alcuna etichetta visibile che differenzi un romanzo da un altro, allo stesso modo non dovrebbe esistere nel mondo dei fumetti. I libri non presentano un’etichetta di “romanzo-romanzo” per suggerire al lettore un classico della letteratura o comunque un testo più elevato per contenuti rispetto ad un altro. Pertanto non c’è motivo per cui debba farlo il fumetto.

Inoltre in questo modo c’è il rischio sottile di creare quelli che potremmo chiamare ‘ghetti culturali’, e cioè delle barriere che tengono a debita distanza un fumetto bello e un fumetto brutto. Non esiste un fumetto migliore di un altro: esiste il fumetto, termine che, a dispetto delle genericità, resta a mio avviso ancora valido per riunire tutte le produzioni sotto un’unica bandiera. Sarà poi compito degli operatori del settore come giornalisti e critici di riconoscere il valore ‘maggiore’ di un’opera e la sua validità nel corso del tempo; a patto che tali recensioni elogiative non rientrino a loro volta in un meccanismo votato soltanto alla pubblicità per favorire un’opera e una casa editrice nelle vendite. Non vanno quindi disprezzati quei fumetti più leggeri, cosiddetti popolari, che comunque hanno fatto la storia della nona arte e ne sono le salde fondamenta. Come in ogni espressione artistica esistono opere di intrattenimento, opere dimenticabili e opere che resteranno per sempre. E non c’è nulla di male. Devono coesistere all’interno dello stesso ecosistema. Fanno bene entrambe.

Quindi questo desiderio passionale di voler nobilitare il fumetto a tutti i costi e di mostrare al pubblico più scettico che la nona arte sia in realtà qualcosa di più che dignitoso, è assolutamente falso, perché nasce da intenti distorti che nella maggior parte dei casi fanno riferimento soltanto alle logiche del mercato editoriale. A conti fatti forse sarebbe più opportuno iniziare a ragionare su una critica del fumetto che, proprio come per la letteratura, partendo da una serie di osservazioni e di analisi approfondite, educhi i lettori in modo sincero alla nona arte, senza favorire lotte tra generi e sottogeneri per compiacere unicamente le mode del mercato dell’editoria.

0
Gianmarco De Chiara

Gianmarco De Chiara è nato Napoli il 5 Aprile del 1989. Dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università Federico II, laureandosi in Letteratura Inglese con una tesi sul rapporto tra Tolkien e il Medioevo e specializzandosi nel biennio successivo in Filologia Moderna con una tesi sperimentale, ancora in Letteratura Inglese, sul rapporto tra Letteratura e Fumetto. Alterna l’interesse per la scrittura con quello per il disegno e il fumetto, sperimentando anche altri linguaggi espressivi come la grafica, l’illustrazione, la pittura e il cinema. Collabora con diverse realtà editoriali, anche indipendenti, in veste di autore o in qualità di illustratore e grafico. Nel 2008 ha fondato la rivista Malefico e alla fine del 2010 Fumé, rivista di fumetto, arte e cultura. Nel 2015 ha esordito con il suo primo romanzo Dove stanno le lucertole, edito dalla casa editrice Homo Scrivens, e con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2017, il secondo romanzo A sud della mia persona.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *