L’idea per l’argomento di oggi mi è venuta, come spesso accade, mentre leggevo casualmente un articolo di approfondimento sul tema della traduzione. Nel caso specifico, una nota traduttrice italiana si stava difendendo dal biasimo di alcuni colleghi ed editori circa le scelte da lei adottate nel lavorare a un’opera che ha segnato la storia della letteratura mondiale nell’ultimo secolo.

Una faccenda di un certo rilievo, quindi, e che smentisce l’idea secondo cui il lavoro del traduttore causa un’esposizione minore rispetto, per esempio, a quello di chi interpreta. In parte, naturalmente, è vero che tradurre non comporta la gestione della propria presenza fisica in diretta rispetto ai destinatari di un determinato “testo”, in senso lato; in parte, però, è pur vero che scripta manent, peraltro con un effetto a lungo termine potenzialmente molto maggiore. Di conseguenza, chi accetta incarichi di responsabilità sa bene di dovere essere in grado di motivare scelte e posizioni assunte di fronte a eventuali detrattori, critici o scettici. Poco importa che si abbia ragione o meno, per lo più il dibattito prende vita lo stesso e costringe chi ha tradotto a esprimersi di fronte a telecamere o giornalisti in maniera inequivocabile.

Una tale vivacità intellettuale non è necessariamente drammatica nel settore, sebbene non di rado rischi di trasformarsi in vere e proprie diatribe, in cui l’operato dell’uno viene messo in dubbio dall’altro, le competenze del primo denigrate dal secondo, e confronti precedenti presi sul personale sembra che portino a degli schieramenti invalicabili, ai quali attenersi vita natural durante.

Come si comporta un traduttore in circostanze simili non è forse di grande interesse per il grande pubblico, tuttavia bisognerebbe riflettere sul fatto che quest’ultimo coincide il gruppo sociale a cui è destinato il lavoro: avrebbe il pieno diritto, così come il serio dovere, di capirci di più sull’argomento, quando emergono opinioni contrastanti e vengono rese note le dichiarazioni ufficiali di chi sta dietro ai dialoghi fra Hermione e Ron o agli arancini di Montalbano. Soprattutto, poi, se ci accorgiamo che la piega assunta dalla situazione si sta trasformando in una croce per i diretti interessati, costretti a mantenere un profilo basso ma autorevole, a parlare in difesa di una certa professionalità ma a dovere motivare con argomentazioni spropositate una qualunque presa di posizione.

Eclatante l’intervista a cui accennavo in apertura, che ha visto (finalmente ve lo svelo) Vittoria Alliata di Villafranca commentare con fervore la sua versione italiana della saga tolkeniana Il Signore degli Anelli*. Accusata di essere stata all’epoca troppo giovane e inesperta (aveva 16 anni) per garantire una resa qualitativa ed efficace nella nostra lingua, secondo Ottavio Fatica si sarebbe imbarcata in «un’avventura improvvisata», che conterrebbe «500 errori a pagina per 1500 pagine», fra i quali il «curioso stilema» di raddoppiare gli aggettivi presenti in originale.

«Costui ha preso per errori delle forme espressive dantesche, come l’endiadi e la dittologia», ribatte allora la traduttrice. «A chi non le conosce non si può certo affidare la traduzione d’importanti autori il cui linguaggio si ispira a poemi epici e saghe medievali». Chi ha ragione e chi ha torto? Come sempre, nessuno – per quanto entrambi utilizzino dei toni forti e combattivi e adducano motivazioni verosimili a supporto di ciascun punto di vista. Dove sta la delizia in tutto ciò, allora?

Probabilmente, nell’esistenza medesima di una discussione tanto accesa. Una traduzione di cui si parla nel tempo è una traduzione viva, che non ha smesso di comunicare i propri contenuti, che non ha ancora trovato pace, che nelle sue imperfezioni continua a prestare il fianco ad attacchi e apologie, che è quindi problematica e, per questo, altrettanto affascinante. Il mestiere della Alliata e di Fatica, d’altronde, non è quello di chi deve necessariamente andare d’accordo, ma di chi è capace di restituire testi poliedrici, dalle complessità insolubili, “deliziosi” proprio perché impossibili fino all’ultimo da etichettare.

 

*Cfr. “Giù le mani da Tolkien. Sì alla poesia, no all’ideologia”

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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