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Quando ho iniziato a lavorare in una casa editrice mi è capitata una traduzione dall’inglese di cui non potevo controllare l’originale perché era rimasto nelle mani del traduttore. Ho iniziato comunque a leggere per vedere se l’italiano “scorreva”. Il libro raccontava la storia delle prime ricerche sulla bomba atomica, e a un certo punto diceva che gli scienziati, riuniti in un certo luogo, avevano iniziato i loro lavori facendo delle “corse di treni”. Mi sembrava strano che persone che dovevano scoprire i segreti dell’atomo perdessero tempo in giochi così insulsi. 

Quindi, facendo ricorso alla mia conoscenza del mondo, ne ho inferito che quegli scienziati dovevano fare qualcosa d’altro. A questo punto non so se mi è venuta alla mente una espressione inglese che conoscevo, o se piuttosto non ho fatto una curiosa operazione: ho cercato di ritradurre malamente in inglese l’espressione italiana, e mi è venuto subito alla mente che quegli scienziati facevano dei training courses, e cioè dei corsi di aggiornamento, il che era più ragionevole e meno dispendioso per i contribuenti americani.*

L’ho fatto raccontare a Umberto Eco perché la sua esperienza è più autorevole della mia, ma in realtà è capitato a tutti, prima o poi, di accorgersi di un palese errore di traduzione. Non più di sfumature o di diverse percezioni del testo: niente piccole arance di Montalbano, Albus Dumbledore che diventa Albus Silente o anglicismi mutuati dal traduttese, ma veri e propri strafalcioni inaccettabili. Magari si sta leggendo un bel classico o consultando il libretto di istruzioni di una stampante, oppure si sta cercando di fare un acquisto su un sito internet, ed ecco che l’esperienza di fruitore si accavalla a quella di esperto del settore che stana l’incompetenza di qualcun altro.

Anche questa è una gran croce da portare, checché se ne pensi. A me è capitato spesso perfino nei musei, tanto in Italia quanto all’estero, di rimanere sconvolta dalle traduzioni delle targhette di accompagnamento a un’opera d’arte. Ho trovato invenzioni quali oftenly al posto di often e mi è venuto più di una volta l’istinto di parlare con chi di dovere e segnalare l’orrore linguistico, nella speranza quantomeno che si rimediasse. Per non parlare della fantasia di certi ristoranti e cartelli stradali, come avevo già segnalato in questo articolo. Ebbene, come comportarsi in circostanze simili? E, soprattutto, dove sta la controparte di delizia, se ne esiste una?

Nel caso citato in apertura, l’episodio si è concluso con un epilogo molto netto: Naturalmente, una volta che ho avuto l’originale, ho visto che era così e ho provveduto a che il traduttore non fosse pagato per il suo immondo lavoro*. Niente mezzi termini, intransigenza massima, come d’altronde è sempre stato tipico del “personaggio” Eco, ma anche un doveroso rigore morale e professionale che porta chi ne ha il merito a essere elogiato e chi è si permette certe leggerezze a pagarne le conseguenze – letteralmente.

In maniere meno estreme, si può comunque optare per una lamentela, che sia espressa di persona o a distanza, e si può proporre un’alternativa rispetto a quella sbagliata. Oppure, ci si può mettere in contatto con il traduttore in questione stesso e richiamarlo affinché, se necessario, esegua il lavoro da capo, o in generale intervenga con tempestività e precisione per rimediare al danno commesso. Se ci si sente particolarmente coraggiosi, o caustici, o all’altezza, ci si può perfino proporre come sostituti per futuri incarichi più accurati, o come revisori che stanino futuri abbagli potenziali.

Ad ogni modo, la delizia sta per lo più nel tentativo di ristabilire l’ordine, di liberarsi da una nota tanto stonata, di assicurarsi che la qualità venga premiata. Se poi si riesce ad ampliare la propria rete di contatti tanto meglio, basta che però un’ulteriore battaglia contro i crimini di traduzione venga vinta e determinati errori non rimangano impuniti. Dopotutto, non c’è niente di più ossessivo-compulsivamente fastidioso che trovarseli di fronte, doverci interagire e non poterli correggere: se foste dei supereroi delle lingue, non vorreste entrare in azione con un lungo e scenografico mantello anche voi?

*Eco U., Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Bompiani, Milano, 2003, p. 46.

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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