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Il Novecento letterario ha una schiera di autrici e autori che, nonostante gli anni, ancora oggi vengono pubblicati di continuo. Sono i personaggi di una grande letteratura di respiro internazionale come Proust, Joyce, Woolf, Svevo, Bulgakov, Camus, Kafka, Hemingway, Márquez. Artisti sempre verdi, quindi, che certamente avrete sentito o letto da qualche parte. I loro scritti di fatto permangono nel nostro immaginario e trasformano o ispirano, riflettono quei valori universali per noi irrinunciabili.

Ma oggi giorno, sono ancora possibili storie degne di uno scrittore al di fuori del proprio vissuto? A porre questa scioccante domanda è lo svizzero Friedrich Dürrenmatt nel racconto La panne. Un grande intellettuale del Novecento, e mai abbastanza discusso, che a cent’anni dalla nascita qui proveremo ad accennare.

Dürrenamatt nasce a Konolfingen, in Svizzera, il 5 gennaio 1921. È un artista eclettico, infatti lo conosciamo non solo per i suoi racconti e romanzi brevi, ma anche per le opere teatrali, ben undici, ispirate anch’esse ai temi della giustizia, alla ricerca della verità, nonché alla critica sociale verso la borghesia e soprattutto al tema della casualità come elemento imprescindibile nei destini degli uomini. Dürrenmatt è anche un grande pittore autodidatta, ma questa parte di sé è meno conosciuta per via di una certa riservatezza che porta lo stesso scrittore a scegliere, all’età di 25 anni, cosa essere e cosa mostrare al proprio pubblico. Scrittore o pittore, dunque? Per lui le parole vincono la sfida, rimanendo il mezzo principale della sua espressività, o almeno questo fino alla sua morte.

Ma andiamo con ordine. Dürrenmatt, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, possiede un bagaglio culturale molto robusto. I suoi studi umanistici spaziano dalla filosofia alle lingue germaniche, ma nonostante le premesse abbandona gli studi per fare lo scrittore. Legge Kafka, Brecht e Lessing e sull’onda di quelle letture anche lui inizia a scrivere racconti brevi e pièce teatrali. I suoi primi scritti sono caratterizzati da un’ironia grottesca, spesso oscura, dal tratto macabro e paradossale. La fama comunque comincia ad arrivare con il debutto teatrale: nel 1947 va in scena Sta scritto, una riflessione sul protestantesimo del padre che innesca uno scandalo oltre confine e allo stesso tempo la sperata notorietà che gli vale l’amicizia con il connazionale Max Frisch, altro significativo scrittore del dopoguerra, protagonista insieme a Dürrenmatt del rinnovamento non solo del teatro ma anche della lingua tedesca. Un aspetto molto importante, quello della lingua, in cui Dürrenmatt eleva il parlato del registro popolare, armonizzandolo con quello intellettuale. Insomma, una narrazione distinta anche da quelle sfumature di lingua prima taciute o poco percorse, eppure realistiche come la vita di tutti i giorni.

Dürrenmatt è un grande narratore. Un uomo che analizza la società del suo tempo, criticandola aspramente senza mai risparmiarsi. Ad esempio, in uno dei suoi ultimi romanzi, Giustizia, uno dei personaggi entra in un ristorante per sparare, sotto lo sguardo di tutti gli avventori, a un professore intento a consumare il pranzo. La descrizione di chi osserva l’accaduto è assurda! Eppure, i presenti vengono smascherati, per così dire, nei loro tratti più ironici della borghesia perbenista.

Ma Dürrenmatt è essenzialmente un tragico. La giustizia, forse il tema fondamentale per lo scrittore, la racconta come un meccanismo sempre al servizio dei giuristi e mai del popolo. Perché il tema della giustizia, per l’artista, non è mai raggiungibile attraverso i mezzi della legalità in quanto la legge stessa si muove tramite la ricerca della verità attraverso l’indagine. Ma per Dürrenmatt, il razionale, la logica, sono solo un aspetto della realtà che percepiamo. La gran parte di essa, infatti, si muove sul piano del non conoscibile, dell’irrazionale, del caso. Il mondo è governato dal caos e noi non possiamo fare altro che accettarlo.

Ed è il tema del caso, insieme a quello della giustizia, a esaltare in un altro grande romanzo dello scrittore: La Promessa, titolo di un giallo dal sottotitolo assai sibillino: Requiem per il romanzo poliziesco. Ovvero la fine del giallo come genere letterario! Perché la fine? Perché per Dürrenmatt il poliziesco è tutto quello che gli occorre per mostrare quanta poca onestà intellettuale si celi dietro ai meccanismi della narrazione di genere. La vita vera non è sempre così, la vita vera non è un’opera raffinata al servizio della logica, e quindi con la possibilità di comprenderla fino in fondo grazie al raziocinio. Il mondo è molto più complesso, e questo perché, al di là di ciò che il metodo scientifico può offrire, esistono aspetti imponderabili di una realtà accessibile solo in parte dalla logica.

I personaggi di Dürrenmatt sono contenitori dogmatici e allo stesso tempo paradossali. Nel matrimonio del signor Mississippi e Il Giudice e il suo boia, la personificazione della giustizia al servizio di se stessa si evince in tutta la sua contraddizione. Le creature di Dürrenmatt impongono al lettore o allo spettatore a riflessioni di natura filosofica attraverso un’ironia che per molti potrebbe essere scambiata per mero cinismo.

Dürrenmatt muore il 14 dicembre 1990, nella città Svizzera di Neuchâtel, in cui visse nel suo ultimo periodo. Sotto la casa dello scrittore oggi sorge un archivio a lui dedicato, dove sono anche visibili gran parte delle sue opere pittoriche.

Leggere Dürrenmatt a 31 anni dalla sua morte è ancora possibile. Nonostante alcuni frammenti autobiografici, come i problemi legati all’alcol, l’amore per i paesaggi alpini e la passione per la politica, lo scrittore rimane fedele al suo interrogativo: esistono oggi ancora grandi storie degne d’essere raccontate? Sì, o almeno Dürrenmatt in tutto questo c’è riuscito, dandoci la possibilità di generare consapevolezza attraverso la sua lettura, ben oltre all’io di chi scrive, per offrire al mondo quei temi da lui trattati di verità e giustizia, tutt’ora molto sentiti in ogni cultura e tempo dell’esistenza umana.

Nasce nel 1983 nella stanza 12bis di una Milano evidentemente ancora superstiziosa. Subito dopo, fatti i dovuti scongiuri, la sua famiglia lo alleva in Piemonte, a poche decine di chilometri dal confine svizzero. Nonostante una forte depressione riesce ad ottenere un diploma come perito tecnico. Nel 2004 parte come volontario tra gli alpini paracadutisti. Con il tempo però capisce che la parole sono più forti della mitraglia. Si congeda dopo la morte della madre. Diventa pubblicista grazie alla collaborazione con un giornale locale. Scrive racconti. E infine il privilegio di diventare padre di due splendidi bambini con la fortuna di potersene occupare.

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