Firenze – La fermata dei fiumi paralleli

Uno strano ticchettio s’era incastrato tra l’orecchio destro e quello sinistro, era come se fosse ovattato, scandiva un tempo rallentato, distorto. In totale asincronia con il suo cuore. Quel cuore, lo stesso che aveva regalato senza tentennamenti, senza mai indietreggiare, con la tracotanza della gioventù e che adesso trovava più piccolo, meno forte, scarico. Pulsava per noia, per la sua natura involontaria, senza forza.

Ci perdiamo tutti prima o poi in un mare di insensate voglie, di paure arrotolate, nascoste dall’ira, dalle arroganze. Ci perdiamo tutti prima o poi dentro la routine delle emozioni, e ci abituiamo ai rimproveri, a dire sì. Sempre sì, e a perdere il confine ultimo tra il piacere di fare e il ricatto di essere qualcosa di diverso da come avevamo immaginato di voler diventare. Amorfi, liquidamente in bilico al bordo di un water. Una dicotomia terminale: sfracellarsi verso il pavimento o scendere giù nelle fogne a braccetto di un piscio diabetico.

La fermata, la sua, era parallela a qualcos’altro che non percepiva nemmeno lontanamente e che mai si sarebbe disvelato davanti ai suoi occhi. Aveva ragione, forse, suo nonno che aveva avuto il coraggio di vivere e di battersi senza sosta, senza paura, sempre. Aveva ragione suo nonno quando, finito su una sedia a rotelle, gli diceva nel suo dialetto stretto: “Non ho paura di niente, ho ancora la mia mano destra”. L’altra, la sinistra, era ormai paralizzata da anni.

Non aveva mai capito cosa volesse dirle fino a quella sera, lì a quella fermata e anche se adesso ne aveva capito, forse, il senso non avrebbe mai capito l’essenza, la vera natura di quella frase.

Si nasce come era nato suo nonno, e si muore, invece, come era nata lei. Con il sì sulle labbra e le mani callose, i sorrisi a mezza bocca, e quel profondo senso di inadeguatezza alla vita, alla felicità. ‘La felicità non esiste’ si ripeteva mentre aspettava invano a quella fermata, ‘dovrei essere altrove’.
In un altrove lasciato anni addietro, lontano da quella fermata e da quella città, un altrove cristallizzato dentro un tempo frantumato, nascosto da una terra lontana. Ritornava con la memoria a quando se ne andava sola a fissare il fiume in piena, a quando lo sfidava giorno dopo giorno con un passo in più, sempre più vicino, per arrivare al bordo fino a bagnarsi le punte dei piedi.

Nessun tentennamento aveva il suo cuore, batteva in sincronia perfetta con il respiro dell’acqua e del greto che si sgretolava sotto i suoi piedi. Restava a fissare per ore il fiume mentre alle sue spalle il mondo sputava sangue dentro notti intrise d’angoscia.

Sarebbe rimasta lì, a quella fermata parallela, in attesa della prossima piena dell’Arno, in attesa che il cuore, il suo, senza tentennamenti riprendesse a battere oltre la sua naturale involontarietà


Donatello Cirone: fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, nel 1986. Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007. Scritti pubblicati sulla Rivista.

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