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Qualcosa di spaventosamente terribile incombe. Da un momento all’altro, la sensazione di un’imminente apocalisse, come la caduta di un asteroide sulla Terra o lo scoppio di una guerra biologica. Per Dino Buzzati questo è uno dei pensieri più ricorrenti. Il pessimismo buzzatiano, appunto, frutto forse anche di un’esistenza segnata dai molti lutti. Tra questi, il più sofferto dall’autore, la morte del padre a causa di un tumore al pancreas. Quando avviene Dino ha solo quattordici anni, un’età per il futuro artista già caratterizzata dalle letture fantastiche di Edgar Allan Poe ed Ernst Theodor Amadeus Hoffmann. Un periodo in cui già sbocciano le altre vocazioni di sempre, come le passioni per le arti figurative, la musica e soprattutto la montagna.

Dino Buzzati Traverso, questo il suo nome per intero, nasce nel 1906 a San Pellegrino, nella villa di famiglia vicino a Belluno. Terzo genito di quattro fratelli, cresce in una realtà agiata della borghesia bellunese: d’estate tra le sue montagne e per il resto dell’anno a Milano, dove il padre Giulio Cesare si divide come docente di diritto internazionale tra l’università Bocconi e quella di Pavia. “Dino sarà un bravo giurista”,  è il proposito dei suoi familiari che lo vorrebbero dottore in legge. Ma l’artista di seguire le orme del padre proprio non ne vuole sapere. E per fortuna! Diversamente, avremmo potuto perdere un grande scrittore del Novecento italiano, nonché pittore, drammaturgo, librettista, costumista, scenografo e poeta. Ma Dino non è un uomo irriconoscente, e nel 1928 accontenta i suoi cari laureandosi con una tesi sulla Natura giuridica del concordato. Dottore, finalmente, e già prima nello stesso anno, collaboratore presso il Corriere della Sera.

Inizia così la sua carriera giornalistica nel noto quotidiano, una realtà professionale per lui caratterizzante, che lo accompagnerà fino alla sua scomparsa. I suoi primi elzeviri, spesso riconoscibili per l’inconfondibile tratto poetico, lo distinguono già da subito senza però farsi troppo notare dalla critica di allora. Ma è proprio l’ambiente giornalistico che contamina molti dei suoi racconti e romanzi. Fino ad arrivare all’apice dell’allegoria fantastica di un’esistenza, la sua, passata in quell’eterna attesa tra le macchine da scrivere dei sui colleghi. Nel 1940 esce Il deserto dei Tartari, le tematiche della morte, del viaggio senza ritorno, dell’occasione e dell’attesa sono presenti così come il fiume del tempo che cavalca l’ineluttabilità di un fato crudele, quanto meno beffardo.

Ma andiamo con ordine. Nel 1933 appare Bàrnabo delle montagne, il romanzo d’esordio che lo avvia tra gli scrittori del suo tempo; un’opera accolta positivamente dalla critica. Meno positivamente, invece, è il secondo romanzo: Il segreto del bosco vecchio, pubblicato due anni dopo il primo. Questi due libri contribuiscono a dare a Buzzati un’etichetta kafkiana, una definizione davvero superficiale, più volte respinta dallo stesso autore, nonché ingiusta nei suoi confronti per le differenti tematiche trattate nei suoi lavori. Ma i recensori di Buzzati lo condannano comunque. Per i critici è una vera caccia al Kafka in ogni suo scritto, anche nei più banali telegrammi o nei moduli da lui compilati per pagare le tasse. Il Kafka permane ovunque, non gli dà requie. Ancora oggi, infatti, qualcuno lo ricorda come il Kafka italiano. Fortunatamente, dopo la sua morte, la critica generale si è rinsavita, riconoscendogli la giusta autonomia delle opere sì surreali, ma tali solo per la necessità di utilizzare il realismo magico come mezzo per raccontare la quotidianità dell’uomo medio, la borghesia dell’epoca, nonché il mistero.

Dino Buzzati prende ispirazione dai sogni, ma anche dal vivere quotidiano. C’è sempre molta autobiografia in ciò che descrive: le sue amate Dolomiti, la morte, il rapporto con le donne e il mondo militare. E con l’inizio della Seconda guerra mondiale, infatti, Buzzati salpa da Napoli con la Regia Marina italiana per fare il corrispondente di guerra imbarcato. Sono momenti concitati e a volte lo stesso scrittore svilisce non sentendosi all’altezza del compito assegnato per via delle continue censure. Ma il suo scrivere permane. Oltre al famoso romanzo del ’40, nel 1942 pubblica I sette messaggeri, una raccolta di racconti, i più significativi apparsi già in diverse occasioni su riviste e giornali.

Dopo l’8 settembre del ’43, Dino ritorna a fare il giornalista nella sede del Corriere, sempre sotto la stretta sorveglianza del regime fascista. A guerra finita, il 26 aprile del ’45, un giorno dopo la Liberazione, è lui a scrivere l’editoriale su Cronaca di ore memorabile, in prima pagina, dove racconta e commenta la fine dei giorni bui. La guerra è finita e nello stesso anno viene data in stampa un’opera a puntate dedicata ai ragazzi: La famosa invasione degli orsi in Sicilia, romanzo fiabesco e, per la prima volta, con le illustrazioni dello stesso autore. 

Dino scrive altri due romanzi: nel 1960 con Il grande ritratto, primo romanzo fantascientifico italiano, e  poi nel 1963 con Un amore, un’opera che per la critica si distingue molto dalla precedente produzione buzzatiana.

Ma la forma letteraria che meglio si confaccia all’autore è quella della narrativa breve. Numerosi, infatti, sono i suoi racconti, più o meno lunghi, ma sempre carichi di ammirazione da parte di un pubblico anche estero, specialmente quello francese. E nel 1958 Dino Buzzati vince il Premio Strega con Sessanta racconti, forse la raccolta più significativa di tutto il suo essere letterario.

Però Buzzati, come abbiamo già detto, non è solo uno scrittore. Lui ama definirsi un pittore con l’hobby dello scrivere. Ed è negli anni Cinquanta che le sue tele appaiono via via più frequentemente, disegnando in sostanza ciò che racconta, fino a teorizzare il cosiddetto poema figurato: l’arte del fumetto al pari di altre arti. E a testimonianza di ciò, nel 1969 pubblica Poema a fumetti, un’opera decisamente all’avanguardia per l’epoca, praticamente una delle prime graphic novel apparse in Italia.

Dino Buzzatti è tutto questo e molto altro. Ancora oggi viene letto e ricordato in tutto il mondo. Praticamente un personaggio di culto nello sterminato universo letterario e cinematografico.

Il fato però alla fine incombe davvero. A 66 anni lo troviamo su un letto d’ospedale. Con lui solo pochi intimi e la giovane moglie Almerina Antoniazzi, insieme lo accompagnano fino all’ultimo saluto. Il 28 gennaio 1972 l’artista tanto amato si spegne definitivamente a causa dello stesso brutto male che colpì il padre. Un segno del destino. La neve quel giorno scende fitta nella città di Milano, fuori dalla finestre della clinica le Dolomiti attenderanno a lungo il 2010, quando una legge renderà possibile la dispersione delle ceneri tra le vette delle sue amate montagne.  

Nasce nel 1983 nella stanza 12bis di una Milano evidentemente ancora superstiziosa. Subito dopo, fatti i dovuti scongiuri, la sua famiglia lo alleva in Piemonte, a poche decine di chilometri dal confine svizzero. Nonostante una forte depressione riesce ad ottenere un diploma come perito tecnico. Nel 2004 parte come volontario tra gli alpini paracadutisti. Con il tempo però capisce che la parole sono più forti della mitraglia. Si congeda dopo la morte della madre. Diventa pubblicista grazie alla collaborazione con un giornale locale. Scrive racconti. E infine il privilegio di diventare padre di due splendidi bambini con la fortuna di potersene occupare.

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