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Diceria dell’untore esce nel 1981 come opera prima del professore sessantenne Gesualdo Bufalino, diventando sin da subito un caso letterario. Il romanzo racconta l’esperienza autobiografica  della degenza dell’autore in un sanatorio vicino Palermo, “la Rocca”, durante l’estate del 1946. L’io narrante è un reduce dalla guerra che ammalatosi di tubercolosi fu ricoverato con pochissime speranze di sopravvivenza diventando testimone delle sofferenze e dei suoi compagni che furono meno fortunati di lui.

Bufalino nasce a Comiso nel 1920 nella cosiddetta terra “babba” (un angolo meridionale della Sicilia che comprende anche Ragusa e Chiaromonte). In quella terra Bufalino trascorre gran parte della sua vita raccontandone anche in un libro di fotografia intento a trattare la zona. La vita dell’autore è molto povera di colpi di scena, Bufalino vive una vita appartata, da lettore indefesso, da insegnante, una professione che eserciterà per tutta la vita alle scuole. A tradire il suo isolamento e il suo malinconico ma anche compiaciuto vivere in contea è la scoperta di due raccolte di fotografie (scattate nell’Ottocento da due nobili) di cui Bufalino curò una serie di mostre e scrisse l’introduzione per i cataloghi. Il primo ad accorgersi di lui fu Leonardo Sciascia che notò una certa qualità di scrittura ipotizzando (a ragione) che non fosse un novizia, ma che al contrario si trattasse di una penna consumata. Di lì iniziò una trattativa (che durò anni) tra Bufalino, Sciascia ed Elvira Sellerio che cercarono di convincerlo a tirare fuori “il romanzo nel cassetto” di cui erano certi l’esistenza.

Diceria dell’untore rappresenta chiaramente la natura dell’autore a “guardarsi indietro”, stringendo un rapporto con l’esistenza segnato dal ricordo, dalla nostalgia e da tutto ciò che reca con sé il segno del finito e dello svanito. Non sorprende dunque sapere che fu proprio la fotografia una delle più grandi passioni di Bufalino: la fotografia che in La camera chiara Barthes dirà che “decreta la morte e dona l’immortalità”. Fu dunque la capacità di presentificare il ricordo, l’assenza e di resuscitare ciò che è morto che coinvolse l’autore. Dopo Diceria l’autore siciliano pubblica Museo d’ombre, un viaggio nella memoria di una terra (la sua, Comiso) fatta di parole e fotografie di Giuseppe Leone. Qui vi si raccontano i lavori, i personaggi, i mestieri, i detti popolari tipici, gli scorci, i luoghi e le attività.

Il posizionamento di Bufalino in Diceria tra passato e presente costituisce la sensibilità e la profondità dell’opera che verrà più volte rivista ma mai mutilata.

Dopo la guerra dunque Bufalino si ammala di tubercolosi, una malattia a causa della quale al tempo si moriva molto frequentemente. Inizialmente il giovane Bufalino viene ricoverato a Scandiano, di questo posto racconterà del primario Biancheri, un dotto che disponeva nel seminterrato dell’ospedale di una biblioteca incredibilmente ricca. Qui avrà l’occasione di leggere autori al tempo considerati proibiti (come ad esempio Proust che veniva considerato scandaloso), ma si sa che fin da piccolo l’autore siciliano fu un fervido lettore e che “sebbene non fosse nato in una famiglia colta era un appassionato collezionista di parole”. In Sicilia era presente, per tradizione, l’opera dei pupi, un’opera letteraria e teatrale di cui Bufalino di appassionò grazie a una sorta di Orlando fatto in casa da sua madre e suo padre, grazie a questa “operella” le sue fantasie di bambino iniziarono a spaziare.

Nel maggio del 1946, l’autore viene trasferito al sanatorio di Palermo, avvicinandosi così a casa. Qui vive nuovamente una condizione di segregazione che lo spinge a riflettere sulla sua condizione di malato, contagioso e portatore di morte.

«Eppure io sento, io so, che ogni mio fiato è un veleno, che tutto quanto tocco o mi tocca s’infetta. Anche quello stipite del Politeama, poc’anzi. Anche questa posata. E sento, so, di spargere e ungere dappertutto la morte, su intonaci, tovalgioli, orli di piatto. A volte mi vinee un’idea: di usare di proposito un tale onnipotente potere d’incubazione e di semina…»
«Sai come si dice, nel mio dialetto, dare il contagio? Ammiscari si dice. Cioè mescolare, mescolarsi con uno. Significa ch’è un travaso di sé nell’altrom altrettanto mistico, forse di quello di due altre assai diverse solennità: voglio dire la comunione col sacro nell’ostia; e la confusione su un letto, di due corpi amici» (p.88)

All’interno della Rocca il giovane trascorre quasi un anno in attesa di morire (lì venivano sistemati coloro che non avevano ormai più speranze). Non può sfuggire un’interessante analogia con La montagna incantata di Mann, un monumento per la letteratura del Novecento; Bufalino per la produzione di Diceria guarderà anche lì. Tuttavia l’autore siciliano guarisce miracolosamente e vive l’esperienza (a differenza di Mann) del sopravvissuto che può e deve raccontare. Durante questo anno di degenza Bufalino vive a tu per tu con la morte, la sua e quella altrui, il sanatorio, racconta, ha questa caratteristica, quella di raccogliere un gruppo di persone in dinamiche fatte di ozio, di cure e di ritualità limbiche. Il sanatorio è dunque una sorta di purgatorio, un’immagine che si incontra immediata nell’opera già dal notevole e significativo incipit.

Bufalino inizia a comporre l’opera negli anni Cinquanta e per poi riprenderla nel 1971, dopo un lungo e sofferente labor limae che comprende circa sette stesure diverse (quelle a noi pervenute) esce con la prima edizione, finalmente, nel 1981. Inizialmente l’autore lavora a questa opera senza alcuna intenzione di pubblicazione, si tratta per lui di un lavoro minuzioso, sì, ma che ha più che fare con l’autobiografico e il terapeutico. Eppure, una volta accolta l’idea di pubblicare l’opera, Bufalino decide di stratificarla estremamente, allontanando così l’urgenza e la drammaticità delle prime stesure sotto i diversi strati. Così l’autore coniuga il massimo della letterarietà con il massimo dell’autenticità. Bufalino usa la letteratura, contemporaneamente, sia per la mistificazione sia per scandagliare il reale con una finestra sulla dimensione più profonda della realtà. Durante il lavoro di rielaborazione e stratificazione Bufalino ha lavorato per “togliere” senza “gettare”. Alla fine del romanzo si può trovare infatti una lauta appendice con le parti “scartate” del libro che si trovano semioticamente fuori dal romanzo ma allo stesso tempo dentro, danno testimonianza della concezione molto più completa e interdisciplinare con cui il libro è stato pensato e scritto.

La prima idea dell’autore è stata quella di costruire l’opera come un prosimetro (riprendendo la Vita Nova di Dante) per poi diventare quasi esclusivamente prosa, i capitoli sarebbero nati per essere quindici per poi diventare diciassette. Sempre nell’Appendice si vedono i residui delle poesie, delle citazioni letterarie provenienti da opere in lingue di verse, di epoche diverse, infine, uno spartito musicale. Questi elementi, come la guida per la lettura e la parte omessa delle lapidi, dovevano funzionare all’interno dell’opera, e funzionano tutt’ora come appendice per poter interpretare meglio i diversi elementi, per interiorizzare lo spirito con cui sono stati scritti. Tutti questi elementi posposti (uno rimasto nel capitolo V) raccontano al lettore come Bufalino non si senta mai appagato della sola forma romanzo e senta l’esigenza di smontare, contestare, modificare e innestare forme e dimensioni diverse.

Uno dei temi portanti dell’intera opera è senz’altro il rimorso del protagonista di fronte alla propria inaspettata guarigione. Bufalino evoca il dipinto Trionfo della morte, la raffigurazione della sopraffazione della morte, la peste, “il dramma della tragedia collettiva”, la morte che, indifferente, cavalca su innocenti, colpevoli, giovani e vecchi. Uno scenario che disgraziatamente ci si è presentato negli ultimi mesi e che indiscutibilmente ha mutato la percezione della vita e della dimensione individuale e collettiva. Gli ospiti della Rocca vivono questa condizione di umiliazione e ghettizzazione con la consapevolezza di portare in sé la morte. Qui si manifesta la condizione di isolamento e sospensione del protagonista: la necessità di convivere con la morte. Il senso di colpa del giovane Bufalino proviene soprattutto dalla sensazione di “aver giocato a morire” per poi uscire con le sue gambe.  A risollevare lo spirito del protagonista ci sarà l’incontro con Marta condannata a non lasciare il sanatorio. Nella loro relazione il protagonista si riconoscerà con la sua malattia senza l’usurante paura del contagio. Ma nel loro rapporto viene presentata anche un altro tipo di contaminazione, quella con il fascismo. A quanto pare la giovane ballerina malata prima della malattia ebbe una relazione con un solato delle SS, una storia che lei stessa racconterà al protagonista poco prima di morire. Una volta morta, Bufalino, frugando tra le sue cose superstiti, troverà alcuni documenti: il cognome di Marta era Levi. Dunque una donna di origine ebraica amante di un nazista, una situazione che rende ancora più drammatica la vicenda che viene posta a una luce ancora più inquietante.

Gli altri principali interlocutori del protagonista sono il Gran Magro, direttore del sanatorio, un personaggio bizzarro con una reiterata fede nei confronti di Dio. Questo, un uomo che non risolve i dilemmi nel bene o nel male ma che richiama piuttosto l’immagine di un demiurgo malvagio. Poi, Padre Vittorio, descritto egregiamente nel capitolo V, un personaggio funzionale eppure opposto al direttore, infatti se quest’ultimo enfatizza l’ateismo del narratore, Padre Vittorio è un uomo di fede che proprio grazie ai suoi dubbi (dubbi sorti a causa della malattia) e alla sua infelice fede istilla nella protagonista la curiosità della religione.

Una delle strutture metaforiche che sorreggono l’opera è indubbiamente il teatro: l’intera Rocca è una sorta di teatro dove si giocano la finzione dell’amore e della morte, della passione e della debolezza, della vita e della malattia. Qui si riprende il teatro dei pupi, una realtà vitale all’interno della cultura siciliana, in grado di tenere in contatto la cultura colta dei poemi cavalleresti con un pubblico popolare e talvolta infantile. Ed è proprio su un palco che il protagonista vede per la prima volta Marta, un momento catartico attraverso il quale rimane completamente stregato.

Nell’incipit dell’opera si può notare come il narratore faccia presente un “sogno ricorrente” che evidentemente contiene un elevato numero di reminiscenze dantesche. Il purgatorio dantesco di cui si è parlato anche prima allude e richiama un luogo di graduale liberazione dal peccato e di purgazione che porta alla liberazione. Quindi, al contrario di quanto si potrebbe pensare non è affatto un luogo di stasi, bensì di mutamento e cambiamento. Tuttavia sarà così solo per il protagonista che fortunatamente ne uscirà, per tutti i suoi compagni di viaggio, “purgatorialmente seduti”, rimarrà un luogo di sospensione e limbo tra la malattia e la morte. Giuseppe Traina in La felicità esiste ne ho sentito parlare parlando del Bufalino narratore e nello specifico nel saggio su Tommaso e il fotografo cieco affronta la natura claustrofila dell’autore siciliano. Ovvero la tendenza morbosa a vivere in luoghi chiusi e appartati, un’esigenza psicanaliticamente primaria di fusione con le figure genitoriali, un profondo desiderio di protezione. Tra i luoghi emblema di questo sguardo sicuramente è presente anche la Rocca dove oltre a pratiche mediche necessarie e obbligatorie vigono anche dei “rituali apparentemente pensati per alleviare la sofferenza dei ricoverati ma, di fatto, non lontani da quelli d’una prigione…”.

«Per questo forse m’era stato concesso l’esonero; per questo io solo m’ero salvato, e nessun altro, dalla falcidia: per rendere testimonianza, se non delazione, d’una retorica e d’una pietà. Benchè sapessi già allora che avrei preferito starmene zitto e portarmi lungo gli anni la mia diceria al sicuro sotto la lingua, come un obolo di riserva con cui pagare il barcaiolo il giorno in cui mi fossi sentito, in seguito ad altro e meno remissibile scelta o chiamata, sulle soglie della notte.» (p.147)

A trentanove anni dalla pubblicazione della prima edizione dell’opera in un società diversa, oserei dire in un mondo totalmente cambiato, siamo venuti a contatto con una imponente e devastante pandemia. I meno fortunati hanno lasciato le proprie case-prigioni, gli ospedali-prigioni proprio come Padre Vittori e Marta, altri, i più fortunati hanno vissuto come il giovane Bufalino la condizione di malati e contagiosi, la condizione di isolamento. Probabilmente queste persone tutt’ora combattono con il senso di colpa del sopravvissuto. Questa preziosa testimonianza traduce egregiamente il Ritmo Letterario che racconta gli uomini e la loro condizione.

Virginia Fattori

è nata nel 1996 a Pesaro, si è laureata in Lettere Moderne con una Tesi in Letteratura Italiana Contemporanea rigurardo “Lo sfacelo dell’istituzione familiare ne Gli indifferenti di Alberto Moravia”. Ha lavorato per Mangiatori di Cervello, premiato ai Macchianera Awards nel 2016 e ha intrapreso un breve percorso nel mondo della cronaca. Nonostante l’inesauribile passione per la letteratura si è avvicinata al mondo del Marketing e della Comunicazione cui ha sostenuto diversi esami durante il percorso di studi. Mentre frequenta la Magistrale in Italianistica lavora nell’ambito della comunicazione politica. Già appassionata sin da giovanissima ha pubblicato “Elle” nella collana di Rupe Mutevoli.

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