Come accade per altre professioni, come per esempio quella degli insegnanti, intorno alla figura del traduttore letterario viene creata talvolta un’aura di ammirazione e rispetto, quando non è sostituita da una di pregiudizi, che fa pensare a questo mestiere come a una buona fonte di guadagno. Dopotutto, chi porta in Italia la voce di uno scrittore straniero dovrà pur avere un ruolo di prestigio nella società ed essere ben ricompensato, no? Risposta breve: non sempre. Per la risposta lunga mi servirà qualche paragrafo in più.

Sul ruolo di prestigio nella società non sempre riconosciuto mi sono soffermata in più di una occasione, parlando di svalutazione della professione, rapporto con i clienti e confusione fra traduttori e interpreti, oggi vorrei quindi concentrarmi sull’argomento soldi. Il guadagno di un traduttore, in media, oscilla fra i 10 e i 25 euro a cartella editoriale (2000 caratteri spazi inclusi), a seconda della casa editrice che commissiona il lavoro, della lingua da cui si traduce, della fama dell’autore tradotto, dell’appetibilità commerciale dell’opera, dell’esperienza del traduttore e di ulteriori variabili, non ultima l’intermediazione di un’agenzia letteraria (nel qual caso la tariffa scende a circa 6€/cartella).

Ciò significa che un romanzo inglese mediamente conosciuto dal grande pubblico a cui lavora per una CE indipendente un traduttore con una decina d’anni di esperienza farebbe intascare in genere fra i 1200 e i 1400 € ogni cento pagine. Una buona paga, direte voi, se non fosse per alcune precisazioni indispensabili che trasformano anche la delizia pecuniaria in una potenziale croce.

In primo luogo, per tradurre 100 pagine di un romanzo possono essere necessari (anzi, nella stragrande maggioranza delle circostanze lo sono) mesi interi. Se il romanzo è più lungo, naturalmente si dilatano anche i tempi. Diciamo che per un romanzo di 350 pagine ben tradotto sono necessari dai quattro ai sei mesi, fra ricerche, revisioni, terze letture, confronti e consulti vari, quattro mesi e mezzo se si è davvero fortunati o in gamba (o entrambi). 4200 € totali da ridistribuire in circa un semestre: è ancora così appetibile?

Per non parlare del fatto che, trattandosi di un impiego a tempo pieno e molto faticoso dal punto di vista mentale, ben di rado può essere associato ad attività di guadagno collaterali. Pure che ci si riuscisse, comunque, per ovvie ragioni si dovrebbe optare per un impiego part-time, motivo per cui si arriverebbe a raggiungere al netto circa 500 € al mese in più, che per 4-6 mesi fanno circa 2500-3000 €. In sei mesi di lavoro di traduzione affiancato a un’altra mansione, al prezzo di uno stress immane si raggiungerebbero dunque i 1300 € al mese. Se si è in gamba o fortunati (o entrambi, o se si lavora per altri committenti, da altre lingue, etc), si può sperare di raggiungere perfino i 1500 €.

Però, c’è un però. Anzi, ce ne sono più di uno. Il primo è che il traduttore editoriale gode di un regime fiscale che prevede una deduzione forfettaria del 25% sul compenso totale, a cui deve aggiungere una percentuale a propria discrezione in vista della pensione, non versando i contributi INPS. Il secondo è che questo tipo di mestiere alterna periodi intensissimi ad altri di magra, durante i quali si rimane spesso per interi mesi senza una nuova commissione.

Come se non bastasse, da contratto il pagamento viene ricevuto in una data successiva a quella della consegna finale, che può andare dai 30 giorni ai 180, se non oltre. E allora ecco un nuovo inghippo, come ben riassume Stefania Marinoni su Medium: «Ci sono quelli che propongono ottime cifre ma poi non pagano. Quelli che si dichiarano paladini della cultura e poi offrono compensi ridicoli. Quelli che fanno un contratto serio e pagano puntuali, ma poi ti chiedono di tradurre l’intervista all’autore urgente per qualche quotidiano, preparare la quarta di copertina o il folder per i librai e partecipare a presentazioni in giro per l’Italia, tutto naturalmente gratis et amore Dei»*.

Gira e rigira, quindi, per avere la “grana” se ne hanno prima molte altre, di grane. Prima e dopo, a essere precisi, cosicché spesso non si finisce per navigare nell’oro. Se si è fortunati o in gamba (o entrambi, o anche solo molto appassionati), si naviga tuttavia nella buona cultura e, mentre con un occhio si ride, con l’altro per lo meno si riesce a sorridere. Di un sorriso “modesto”, magari, ma autentico.

*Cfr. Diventare traduttori editoriali: ne vale la pena?

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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