Qualche giorno fa sono stata invitata alla premiazione di un concorso di poesia nazionale indetto dal liceo classico in cui ho studiato. Un premio con una lunga tradizione alle spalle, che ha perfino ricevuto il patrocinio del MIUR, e che valorizza ogni anno tutti gli appassionati di poesia fra i banchi di scuola, tanto in Sicilia quanto nel resto d’Italia. Più nello specifico, una sezione è dedicata a inediti composti da allievi e allieve delle scuole superiori, mentre un’altra premia la migliore traduzione di un componimento d’autore scelto dalla giuria, che quest’anno è stato Night Drive, del Nobel per la Letteratura 1995 Séamus Heaney.

Dal momento che ho presenziato alla cerimonia in qualità di giornalista, a conclusione dell’evento ho intervistato il vincitore dell’una categoria e la vincitrice dell’altra, compagni di classe dell’ultimo anno che mi hanno raccontato il loro rapporto personale con i versi, con la letteratura e, più in generale, con ogni manifestazione artistica. Alla giovane che si è aggiudicata il primo posto per la miglior traduzione italiana dall’inglese ho fatto delle domande mirate, visto che condivido con lei una passione di cui adesso sto facendo un mestiere.

Le ho chiesto quindi cosa significhi per lei tradurre e la risposta che mi ha dato mi ha spinta a pensare che questa ragazza, probabilmente, sta andando nella direzione giusta. «Per me tradurre vuol dire fare mia la storia di qualcun altro, senza che io possa però intervenire per modificare quello che già esiste. Posso solo ricrearlo per qualcuno che non conosce la lingua originale, attingendo però il più possibile alla mia creatività e sensibilità». Parole forti, per una ragazza che non si diplomerà che il mese prossimo. Parole di una persona che ha capito il profondo e dialettico mistero del traduttore-traditore-traghettatore.

A colpirmi ancora di più è stata un’altra riflessione emersa durante la nostra conversazione. Non ho potuto fare a meno di domandarle quali siano state le difficoltà maggiori nella resa di questo testo e in cosa, invece, il suo lavoro sia stato semplice. Lei, come mi avrebbe risposto la più esperta delle professioniste, ha ammesso con candore che non ha quasi utilizzato il dizionario bilingue per capire i versi dell’autore: la sua lingua era semplice, ordinaria, alla portata di un bambino. E proprio per questo, ha aggiunto subito dopo, la sfida più difficile è stata invece quella di scegliere come restituire tanta immediatezza in italiano, conservando allo stesso tempo la musicalità della poesia e l’uso di termini evocativi e composti da poche sillabe.

Nell’ascoltarla, mi è tornato in mente un carme fra i più famosi di Catullo, il numero 85, composto da un solo distico elegiaco. Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. / Nescio, sed fieri sentio et excrucior. Una lacerazione di sentimenti che si presta a innumerevoli rese e che in effetti hanno provato a restituire nella nostra lingua intellettuali del calibro di Pascoli, Quasimodo e Benni. L’odio e l’adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi, / io, nol so: ben so tutta pena che n’ho, ha scelto per esempio il primo, rispettando la metrica latina. Il secondo ha optato per una versione in versi liberi e sciolti, che però è più vicina alla versione originale nella scelta dei significati delle parole: Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; / non so, ma è proprio così e mi tormento. Infine, Benni è ricorso a un mix fra lingua neostandard e dialetto napoletano con Odio e amo: / fusse che chiedi/ come faccio? / nunn ‘o saccio / ma lo faccio / e mme sient’ nu straccio!

Per la poesia di ogni tempo e area geografica, insomma, rimane vero quanto ha affermato il giovane talento che ho conosciuto: una fra le croci e delizie di chi traduce è trovare la maniera più equilibrata e soddisfacente di conservare la musica e la lettera, il metro e il senso, la retorica e l’anima. Ciascuno tenta a modo proprio, secondo una sensibilità che si affina e si trasforma con il tempo. Io, per esempio, dopo l’incontro con i vincitori del premio, mi sono cimentata con Catullo optando per: Odio e amo insieme. Come?, chiederai forse; / lo ignoro, ma sento che è vero e ne soffro. Chissà che fra un paio d’anni non cambi però radicalmente idea.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *