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La settimana scorsa, mentre guardavo la mia Home di Facebook, mi sono imbattuta in un articolo a dir poco allucinante. Era scritto in inglese e il titolo recitava press’a poco: The man who translated a book from Polish without even knowing a word in the source language. Ho cercato di ignorare il brivido di freddo che mi ha percorso la schiena e ho aperto il collegamento, ritrovandomi in un mondo surreale, fatto di millanterie e di teorie bislacche.

L’uomo in questione, intervistato dalla redazione anglofona, aveva infatti dichiarato di conoscere a fondo alcune altre lingue, tra le quali il greco, ma di non essersi mai cimentato con il polacco in vita sua. Nel momento in cui gli era stata proposta la traduzione di una certa opera, però, aveva finito per accettare l’offerta, dichiarando che dopotutto non era necessario conoscere una lingua per tradurla. Si era servito di alcuni dizionari online, aveva effettuato un paio di ricerche, e alcuni controlli incrociati gli avevano permesso di identificare quanto gli serviva per venire a capo di ogni frase.

Ho tradotto parola per parola, ha raccontato, come d’altronde è tipico fare quando ci si cimenta con un lavoro come il mio, e sono riuscito a portare a termine l’impresa in maniera soddisfacente e senza timori di avere frainteso il testo o di avere lasciato qualcosa di incomprensibile per chi mi leggerà nella lingua d’arrivo. Se vi state chiedendo per quale motivo non vi abbia citato la fonte o le parole esatte è perché, per fortuna o per sfortuna, l’articolo è scomparso.

Avevo copiato un link nei miei appunti digitali sul quale ho ricliccato poco prima di iniziare a raccontare a voi l’episodio, però al suo posto ho trovato un’interessante intervista a Daniel Hahn e a Fahmida Riaz uscita su British Council, in cui si cerca di venire a capo delle caratteristiche che rendono quello di chi traduce un’opera letteraria un mestiere di qualità. Trattandosi di un collegamento indiretto, che passava da Facebook, non ho quindi nemmeno indizi del titolo precedente nell’URL, né sono riuscita a trovarne traccia digitando le parole-chiave più disparate su Google.

Il mio sospetto, pertanto, è che l’articolo sia stato tolto dalla circolazione, magari per qualche lamentela di persone del settore indignate per le dichiarazioni arroganti e ignoranti rilasciate dal gentleman. In ogni caso, mi è sembrato doveroso spendere due parole sul suo conto e osservare fino a che punto, ancora una volta, la professione di chi traduce venga sottovalutata, sminuita e assimilata addirittura a un’operazione meccanica e priva di anima come quella di prendere ciascuna parola e di replicarla nel suo primo significato da dizionario da un codice linguistico all’altro.

Certo, il signore coinvolto nell’incommentabile operazione di cui sopra sottolineava la difficoltà, in alcuni passaggi, di comprendere il senso di una specifica espressione e la sua iniziativa di allontanarsi dalla frase di origine per ricreare in inglese un sintagma affine, seppure con una struttura a sé stante. Peccato che questo meno che mai rientri nella definizione più nobile dell’atto traduttivo, anzi. L’oscurità di certi modi di dire è dovuta alla complessità del sistema non solo morfosintattico, ma anche e soprattutto culturale, rappresentato da ogni idioma al mondo, e non è dandosi ai patchwork che si compie un’operazione consapevole, fedele, evocativa e creativa al tempo stesso quando si passa dal polacco all’inglese.

Crederete forse che sia scontato, obietterò che purtroppo ancora non lo è affatto, data l’intervista che mi ha fatto perdere la calma non più di cinque o sei giorni fa. A sollevarmi da questa croce, comunque, rimane la delizia di non avere più riscontrato traccia di un tema simile sul Web, anche se continuerò a monitorare la situazione per un bel pezzo, nel timore e nella speranza al tempo stesso di ribeccare il link incriminato e di tradurne eventualmente l’osceno contenuto per la comunità italofona alla quale mi rivolgo, così da rendere manifesto il suo punto di vista ai limiti del delirante.

D’altronde, «la traduzione è una delle poche attività umane in cui per principio accade l’impossibile», scriveva Mariano Antolín Rato. Perché l’impossibile si verifichi secondo i suoi criteri di funzionamento interno e riportando la stessa magia da una parte all’altra del mondo, però, è fondamentale che se ne conoscano i princìpi regolatori e che non ci si improvvisi onnisciente perfino quando si ammette di non avere la benché minima conoscenza della materia trattata. Altrimenti, più che l’impossibile, accade l’inaccettabile.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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