Quattro anni fa, alla prima lezione di letteratura spagnola a cui ho assistito all’Università di Catania, la docente ci ha coinvolto fin da subito in prima persona chiedendoci di rielaborare un breve testo che aveva scritto per noi alla lavagna. Si trattava della descrizione di alcune azioni quotidiane svolte da una persona che si era appena alzata: niente di complesso dal punto di vista sintattico o formale, le frasi erano brevi e lo stile piano. Suppongo che parte della classe si sia chiesta, quindi, quale fosse l’obiettivo di un simile esercizio in diretta. Quando abbiamo iniziato a leggere le nostre versioni ad alta voce, la questione è venuta invece a galla immediatamente.

In nessun punto del testo veniva infatti precisato se la storia riguardasse un personaggio di sesso maschile o femminile, dato che i verbi utilizzati erano al passato remoto e non c’era traccia di participi passati o aggettivi con una forma diversa per i due generi. Non sempre, però, la stessa peculiarità è emersa dai testi proposti in aula, cosicché da lì è partita un’interessante riflessione della prof sulla parità dei sessi in ambito linguistico, culturale, letterario e storico, che ci ha accompagnato per un intero biennio di corso.

L’anno successivo, durante la mia partecipazione più fortunata al Premio Campiello Giovani, a ogni concorrente è stata commissionata la stesura di un racconto ispirato a un elemento del Palazzo Ducale di Venezia assegnatoci dal direttivo del concorso. A me è toccata la Cappella del Doge, che stava riaprendo dopo anni di restauro e che mi ha dato lo spunto per una storia in cui era impossibile stabilire se a parlare fosse un bambino o una bambina. Cosa c’entra tutto questo con la traduzione?, vi starete forse chiedendo. C’entra eccome.

I racconti, infatti, vennero interpretati da un cast di giovani talenti accompagnato da musica dal vivo, che di conseguenza ha dovuto scegliere al posto mio se ingaggiare un attore o un’attrice per la parte. Alla fine hanno optato per un’attrice, senza avere nemmeno notato la piccola trappola che avevo teso per loro, come ho appurato domandandolo espressamente alle persone coinvolte durante le prove generali. Una simile circostanza ci dimostra che può capitare sia necessario “schierarsi” e lasciare dire a un testo qualcosa in più o qualcosa di diverso rispetto alla sua natura di partenza, quando in una trasposizione linguistica o multimediale non si può agire altrimenti.

Altre volte, tuttavia, la stessa operazione diventa invece deprecabile. Se ora molte scrittrici o molte opere con protagonista una donna sono state ridotte al silenzio traduttivo per secoli, costituendo già di per sé una censura ai danni della componente femminile nella società e nella letteratura (tanto per chi crea quanto per chi fruisce di una creazione artistica), ora si è assistito a episodi di stravolgimento semantico a dir poco agghiacciante, come quello che ha visto Saffo diventare eterosessuale in una traduzione dei suoi versi in inglese.

Il caso risale al 1652, anno in cui John Hall of Durham ha reso il celebre passo Subito a me / il cuore si agita nel petto / solo che appena ti veda, e la voce / si perde sulla lingua inerte come segue: How did his pleasing glances dart / Sweet languors to my ravish’d heart / At the first sight though so prevailed / That my voyce fail’d. Come si nota, i pronomi declinati al maschile plasmano uno scenario manipolato e manipolatorio, laddove la voce spezzata della poetessa, citando le parole di Deborah Elena Giustini, «è dovuta a una relazione d’amore lesbica non convenzionale, se non tabù – l’attacco di gelosia della donna si verifica perché un uomo è vicino alla donna che ama – ma viene tradotta in modo tale da dimostrare la convenzionale natura silenziosa della donna»* in un passo dal significato profondamente diverso.

Quando si parla di fedeltà professionale, pertanto, è anche a questo che ci si dovrebbe riferire. È anche al maschile e al femminile che si dovrebbe pensare. È alle intenzioni di chi scrive che ci si dovrebbe rifare, più in generale, assaporando la delizia della sfida traduttiva senza portare la croce di un cambiamento morfologico pronto a diventare in un attimo un fatale tradimento semantico.

*Cfr. Giustini D. E., Gender and Queer Identities in Translation. From Sappho to present feminist and lesbian writers: translating the past and retranslating the future

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *