In principio era il Verbo non è la genesi della parola. Cioè, non di quella scritta. E, soprattutto, non di quella occidentale. La parola scritta in quanto narrazione, ovvero in quanto storia, nasce per noi un po’ dopo – non troppo dopo, ma nemmeno agli albori della razza umana o in concomitanza con la creazione di Adamo.

Si sviluppò presso i greci, nel momento in cui alcuni iniziarono a chiedersi se fosse legittimo, sacro, possibile, trascrivere i miti, farne dei racconti, tramandarli di generazione in generazione bypassando l’oralità dei gesti familiari. Ed è stato lì, nel momento in cui i più saggi si schierarono contro la scrittura, che la scrittura ha preso forma.

È da allora che scriviamo. È da allora che inventiamo un piccolo nucleo e poi registriamo catene di eventi su uomini, superuomini, non uomini. E da allora fino a oggi, nel 2018, non è cambiato niente. Nella sostanza, intendo, perché poi le manifestazioni della scrittura hanno seguito un loro percorso più o meno florido. Ma la gioia di condividere un fatto, il piacere di costruirlo e quello di custodirlo lì com’è, identico a sé stesso, ci viene da un altro mondo, in cui una cosa era già chiara a tutti: si scrive per scelta, non per caso. La si fa in barba ai più saggi per vocazione, non per capriccio.

Se queste sono le premesse per chi scrive, figuriamoci per chi traduce. Ci sono svariate ragioni per le quali trasferire un messaggio da un codice all’altro è utile: commerci, lavori, sicurezza, turismo, intrattenimento, diplomazia. Poi, però, ce n’è una per chi traduce letteratura e, più in generale, cultura – ed è il desiderio di ampliare la propria comfort zone mentale, emotiva, linguistica, consentendolo contemporaneamente anche ai fruitori del testo di arrivo.

La traduzione è, insomma, uno scambio di tesori. Un baratto in cui qualcuno offre Kafka e qualcuno Kavafis, un terzo Molière e un quarto Hemingway, passando per Dante, Shakespeare, Cervantes. Definita così farebbe gola a chiunque, d’altronde, ed è naturale che porti a sentirsi indispensabili nel momento in cui si contribuisce a una grande missione di innamoramento collettivo, di stordimento dei popoli, di elevazione di massa.

Eppure, per sua stessa definizione, la traduzione è anche una grottesca approssimazione, quando non sfocia addirittura nel tradimento del contenuto in originale. Celeberrima è l’origine medesima di questa pratica, che poi è anche un aneddoto etimologico curioso: nel XV secolo, l’umanista Leonardo Bruni scambiò il termine latino traductum (introdotto) per il participio translatum (tradotto) e prese a farlo equivalere sistematicamente in italiano a tradotto, nel senso di trasferito da una lingua all’altra.

Per un gioco del destino, quindi, la stessa esistenza del verbo “tradurre”, che diamo per scontata e pacifica, deriva da un errore di traduzione, compiuto da un singolo individuo, poi propagatosi a macchia d’olio in tutto il mondo occidentale! Sorprendente, no?, scrive Romolo Giovanni Capuano in 111 errori di traduzione che hanno cambiato il mondo, volume edito da Stampa Alternativa e che ha cambiato perfino la mentalità di chi lo legge.

Questa rubrica nasce così, per riflettere sulle contraddizioni della traduzione, sulle delizie che si scoprono e che si creano mentre si è all’opera, e sulle altrettante croci che non si riesce a scrollarsi di dosso di tanto in tanto, ingombranti e massicce come sono. Nasce da spunti casuali, da esperienze dirette o indirette, dalla vita di ogni giorno. Perché le traduzioni ci abbracciano perennemente, a ogni passo che compiamo, e dedicare loro uno spazio è quantomeno doveroso.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *