Qualche giorno fa, su Il Magazine de Il Sole 24 Ore, ho letto un articolo di Elena Loewenthal dal titolo particolarmente suggestivo e veritiero: Il bravo traduttore sente le voci. «L’ascolto è il punto di partenza e di arrivo del lavoro – scrive l’autrice – tanto con l’orecchio esterno, quello che appartiene ai sensi, quanto con quello interiore. Anche la musica si ascolta così: da fuori ma anche da dentro di noi. Del resto, è l’autore stesso che ascolta il proprio libro, mentre lo scrive. E […] così deve essere una buona traduzione: una melodia che l’autore riconosce e che il lettore scopre».

Partendo da questa riflessione, me ne è tornata in mente una che avevo formulato io stessa tempo fa. Per tanti anni, da quando ho iniziato a studiare la lingua russa, mi è capitato infatti di imbattermi su internet in quadri di pittori famosi dedicati spesso a paesaggi molto diversi dai nostri, e di non capirli. Voglio dire, non capivo perché fossero tanto belli e tanto celebri. Raffiguravano spesso la terra, a volte qualche albero, quasi sempre con toni freddi e pochi dettagli. Con poca poesia, anzi, con poco senso del bello in senso neoclassico. Adesso ne vedo molti altri – altrettanto brutti in senso neoclassico – e mi si stringe invece ogni volta il cuore: li ho capiti, ora che ho visto la Russia. Li vedo meglio, ora che so cosa cercare.

Allo stesso modo ritengo che si riesca ad ascoltare meglio, quando si sa cosa e in che modo ascoltare una lingua. E per riuscirci con la letteratura, esattamente come accade per l’arte, la regola d’oro penso sia quella di viaggiare. Non come una turista, sia chiaro, né come un’ospite più o meno d’onore. Viaggiare come se si fosse piuttosto un’abitante del luogo in cui ci si trova, di cittadina in incognito, che senza dubbio ha molti interrogativi rispetto ai quali schiarirsi le idee, ma che nel frattempo tende le orecchie a apre bene gli occhi, oltre che la mente. Osserva con attenzione, si prende il suo tempo, comunica con gli altri, si gira intorno senza fretta. Ha con sé delle mappe per orientarsi, una macchina fotografica per immortalare i dettagli più insoliti e un taccuino per scriverli.

Per me è stato proprio così, per esempio, e nemmeno troppo tempo fa. Fino a quando non sono partita per uno scambio semestrale, il russo lo praticavo quanto le altre lingue in cui mi stavo formando anzi, magari pure meno. Dopo ho capito che alla mia portata non lo sarebbe stato mai e una parte di me, me lo ricordo fin dal momento in cui non arrivavano i bagagli sul nastro rotante dell’aeroporto della città di Astrakhan, ha detto a voce alta: «Io domani torno a casa». Mi svegliavo ogni mattina ripetendomi la stessa frase. «Oggi resto, ma domani torno a casa». E ogni sera, poi: «vabbè, resto pure domani. Solo un altro giorno». Perché per ogni maledetta cosa incomprensibile c’era il doppio della voglia di sviscerarla, di bermela fino in fondo, di attraversarla, di ascoltarla.

Così, un’altra parte di me in quella città sgangherata ha messo radici, e quando è arrivato davvero il giorno (la notte, anzi) in cui sono andata via («vabbè, resto pure domani», e invece no) ho detto con un sorriso tristissimo «Qua non ci tornerò mai più», pur sapendo che non era vero. Ci tornerò, e proprio ad Astrakhan, perché il fascino del mistero mi ha completamente conquistata. Ma proprio inebetita. E non c’è vita che possa bastare per esaurirlo, non c’è giorno che possa passare senza che io rigiri il coltello nella piaga e faccia i conti con tutto quello che c’è al di là di quello che ora sono capace di guardare in un quadro o di sentire leggendo in un romanzo.

Tradurre, nel mio caso come credo in quello di molti che nel mestiere sono ben più esperti di me, per lo più è proprio questo: continuare a viaggiare anche dopo che sono tornata a casa. Non chiudere gli occhi, non tapparmi le orecchie. Creare un ponte fra una lingua straniera e la mia, fra una storia che esiste e una che è affidata alla mia penna, fra una voce che riesco a intercettare e una che posso ricreare solo perché una volta ho assaggiato con un dito l’acqua di uno dei laghi più salati del mondo, o mi sono ritrovata ad ascoltare il vento della steppa. Tradurre è una croce, quindi, perché richiede una concentrazione sfiancante, una forza evocativa senza pari – ma è anche una delizia nel momento in cui ascoltare un testo permette di riproiettarsi in determinate atmosfere e di creare una maniera per renderle visibili e udibili anche a chi a una determinata lingua e ai suoi suoni, altrimenti, non avrebbe accesso.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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