È da settimane che rimando l’argomento perché la risposta a questa domanda mette in crisi anche me – o meglio, mette sempre in crisi i traduttori. La questione è già difficile quando si ha a che fare con un componimento in metrica e uno schema di rime regolare. Non smetterò mai di raccontare che alcuni poeti russi come Anna Achmatova ho iniziato ad apprezzarli nel momento in cui ho smesso di leggerli in traduzione: colpa di chi ha curato l’edizione italiana? Certo che no.

Ogni lingua ha una fetta di intraducibile con cui bisogna fare i conti, e nel tentativo di sacrificare il meno possibile i traduttori di poesia pensano a volte di fare a meno delle rime pur di salvare tutto il resto. Funziona, è legittimo, è comprensibile. Eppure, certi sonetti in originale sortiscono per forza di cose un altro effetto, proprio perché non sono monchi di nulla e rispecchiano esattamente le scelte, lo studio e la sensibilità di chi li ha scritti. Una su tutte, la celebre Ja Vas L’ubil di Puškin, di cui vi propongo una traduzione senza rime e una con, fra le decine che sono state abbozzate in ogni lingua:

Я вас любил: любовь ещё, быть может, / В душе моей угасла не совсем; / Но пусть она вас больше не тревожит; / Я не хочу печалить вас ничем. // Я вас любил безмолвно, безнадежно, / То робостью, то ревностью томим; / Я вас любил так искренно, так нежно, / Как дай вам Бог любимой быть другим.

Io vi amai, l’amore ancora, forse, / Nell’alma mia del tutto non si è spento. / Ma sia ch’esso più non vi tormenti, / Non voglio io affliggervi di niente. // Io vi amai silente, disperato, / Per timidezza, o gelosia languente, / Io vi amai sì tenero, sì schietto, / Che Dio vi dia da un altro essere amata… (Trad. di Eridano Bazzarelli)

Di voi mi innamorai, e questo amore puro / nell’alma mia ancor si potrebbe ridestare; / scordatemi, non vi inquieterò, lo giuro, / non voglio niente che vi possa rattristare. // Tacevo, senza speme, infatuato, / ero geloso, ero timido e soffrivo, / il mio amore fu sì tenero e ignorato: / Iddio vi faccia amare come vi ho amato io. (Trad. di Mikhail Grigoriev, con la collaborazione di Carlo Carlotti)

Figuriamoci che croce quando, in testi che non nascono in senso stretto in poesia, imbattersi in una rima porta inevitabilmente a una serie di dilemmi ancora più complicati. Succede nella parlata dei bambini, per esempio, o di personaggi di cultura popolare. Di protagonisti dal forte senso dell’umorismo, di anziani, di gente che vuole creare qualche gioco di parole, di invenzioni insomma imprevedibili e che sono peculiari proprio perché in rima. Oppure, ancora, nel caso di filastrocche o scioglilingua non necessariamente centrali nel discorso, che però nel testo di partenza acquisiscono un valore aggiunto anche grazie al ritmo che si crea, e specialmente poi nelle pubblicità.

Al riguardo mi viene in mente un articolo pubblicato in un web magazine che si occupa di approfondimento culturale legato alla Sicilia e per il quale collaboro. Parlava della casetta “du cur­ri­vu”, la più pic­co­la al mon­do e co­strui­ta per dispet­to. Come altri pezzi online sul sito, anche questo è stato tradotto in inglese per favorire la diffusione di alcune curiosità regionali all’estero e io ho collaborato alla sua stesura. Ebbene, dedicata alla dimora di Petralia Sottana c’è una quartina in dialetto di Pino Bullara che era stata riportata nella notizia: C’è ‘na casa a Pe­tra­lia / ca tut­ta ‘a gen­ti la ta­lia. / È ‘na casa strit­ta strit­ta, / di li pedi a la suf­fit­ta.

Sarebbe bastata una traduzione letterale perché se ne cogliesse il senso, ma non perché se ne assaporasse la vena giocosa. Così, alla fine abbiamo optato per la versione seguente: In Petralia there is a house / everyone is always peering. / A narrow tiny little house / from the floor up to the ceiling. Proporre un tentativo è stato una piccola delizia, una ciliegina sulla torta che, quando si riesce a collocare sopra tre strati di glassa, non sembra affatto superflua. Un omaggio a chi delle rime si serve con cognizione di causa e non viene “tradito” nel passaggio da un codice all’altro, in particolare quando nessuno lo impone, ma ogni elemento contestuale sembra urlare a gran voce: Non ignorate quei versi, fatevene qualcosa! Il che sarà complicato, certo, però fa parte a tutti gli effetti delle sfide del mestiere.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

2 Comments on “Cosa ce ne facciamo delle rime

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