I semafori lampeggiavano con la solita noia, nessun latrato spezzava il silenzio di quelle mura umide e tappezzate di macchie di muffa, le mani gli tremavano come quella prima volta che si lanciò in una rissa, la prima di una lunga serie.
Era avvolto, questa volta, da una sensazione di calma che gli permeava le ossa, il fegato, il costato sinistro, l’occhio destro, ogni fibra del suo corpo era pronta allo scontro, alla soluzione finale, era come se il suo spirito, in gioventù turbato dalla tracotante voglia di vivere, si stesse preparando all’eventualità della fine, del buio perenne. Il ventre era fermo, gli occhi fissi. Solo le mani erano irrequiete, mosse al tremolio dalla voglia di misurarsi, di combattere fino alla totale disgregazione del corpo, di battersi per un niente, perché questo aveva capito, voleva solo battersi, nessuna difesa della patria o della moglie, nessuna affiliazione, spedizione punitiva, non c’erano fasci o zecche, non c’era la razza, l’essere paladino, non c’era il popolo. Lui era il popolo miserabile, accattone. Un mendicante di adrenalina, e non c’era carne che poteva bastare, non c’era sudore da bere, monti da scalare, glorie vacue, effigi o proclami, benedizioni. Tutto di lui urlava al niente e alla voglia disperata di chiudere le mani a pugno e muoverle velocemente verso il suo avversario, incassare bene, e non avrebbe parato o indietreggiato, nessuna strategia, un passo alla volta e solo in avanti, muovendo il busto, destra-sinistra-sinistra, destra e ancora sinistra, avanti mirando al mento e al naso, macchiarsi di sangue le nocche, sbucciarle sui suoi denti. Incassare bene, questo gli diceva suo nonno, incassa, incassa tutto quello che ti arriva, i rimproveri come i pugni. Non avrebbe dato al suo corpo la possibilità di imparare la via del ritorno, un passo in avanti muovendo il tronco velocemente, andare di jab, sfiancarlo, finirlo a terra in montada, disfargli il viso, come fosse una macchia sul selciato, portarsi i suoi denti in tasca. Farlo senza motivo, senza disperazione con la calma dei forti, quelli veri.

I semafori lampeggiavano con la solita noia, nessun latrano spezzava il silenzio di quelle mura umide e tappezzate di macchie di muffa, le mani gli tremavano come quella prima volta che si lanciò in una rissa, il pigiama di flanella lo teneva caldo, lo schermo del pc gli illuminava a festa il nasone, il cursore lampeggiando emulava il vuoto dell’incrocio solitario che intravedeva dalla sua finestra, la notte ormai aveva avvolto tutto come la coperta aveva fatto con il suo corpo stanco e flaccido. Da una massa informe e voluminosa uscivano due mani che irrequiete tremavano sfiorando una tastiera consumata dal tempo e dai battiti nervosi di quei polpastrelli nevrastenici.

Il sonno non sarebbe sopraggiunto. Il ventre era fermo, gli occhi fissi, i semafori non lampeggiavano più. Il foglio macchiato dallo sguardo del suo avversario che si rifletteva nella controluce dello schermo.

Donatello Cirone

È nato in Lucania nel 1986, vive e lavora a Firenze. Nel 2010 ha fondato la Rivista Letteraria L’Irrequieto, che da allora gestisce quotidianamente con dedizione. Condirettore di Radio Senza Frontiere. Co-fondatore di Light Magazine. Per fortuna è insonne. Cerca di sorridere. Fa troppe domande. Quando non cede alla tentazione di perdersi tra i decimali del Pi Greco lavora. Scritti pubblicati sulla Rivista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *