Qualche anno fa una mia cara amica mi ha regalato un volumetto illustrato dal titolo Lost in translation, scritto e illustrato da Ella Frances Sanders e tradotto in Italia da Ilaria Piperno per Marcos y Marcos. Per questo libro, che raccoglie 50 parole intraducibili da tutto il mondo, ho sempre avuto una particolare riluttanza. Non perché l’argomento non sia di mio interesse – anzi! –, ma perché leggerlo mi costringe a pormi un problema rispetto al quale le domande si accavallano e si sovrappongono, mentre le risposte scarseggiano, o addirittura andrebbero costruite da zero, per non dire che bisognerebbe rassegnarsi a non poterne avere.

Se, infatti, da un lato (da quello di linguista, di linguofila e di lettrice) è affascinante scoprire che resfeber in norvegese indica il battito irrequieto del cuore di un viaggiatore prima che il viaggio cominci, un misto di ansia e aspettativa, o che komorebi in giapponese è la parola che definisce la luce del sole che filtra tra le foglie degli alberi, dall’altro lato (cioè da quello di traduttrice e di scrittrice) è tremendo realizzare che un corrispettivo potrebbe non esistere in nessuna delle lingue in cui io so esprimermi. Si tratta di un’impasse per la quale so con certezza che a un dato concetto corrisponde un termine, pur essendo altrettanto consapevole di non poterlo utilizzare probabilmente per tutta la vita e di dovere rinunciare a descrivere l’idea in questione con una sola parola comprensibile alla comunità di parlanti a cui mi rivolgo.

Per dirla diversamente, a voi adesso posso confessare quanto io sia soggetta al resfeber prima di salire su un aereo, o quante volte il komorebi abbia ispirato alcuni dei miei versi, e tuttavia non ne parlerò mai così a mia nonna, all’impiegato dell’ufficio postale con cui mi capita di scambiare quattro chiacchiere o ai figli dei miei vicini di casa. Vi chiederete: è davvero un dramma, o meglio, per ricorrere al titolo della rubrica, è davvero una croce? Lo è e non lo è allo stesso tempo. Non lo è – parto dalla fine, è più semplice così – perché so che ciascuna lingua è più ricca sul piano lessicale di qualche altra, cosicché per ogni sfumatura che si perde ce ne sarà da qualche parte un’altra che si potrà invece onorare. Non lo è perché scrivere e tradurre mi consente di trovare un’alternativa, una parafrasi, un’invenzione personale che colmi determinate lacune.

E non lo è, soprattutto, perché so che, «che conosciate soltanto poche parole di una lingua o mille parole di molte lingue, ci modellano: ci permettono di dar voce a un’idea, esprimere amore o delusione, far cambiare opinione a qualcun altro» (I. Piperno). Una delizia, insomma. E poco importa che non accada nell’italiano in cui converso ogni giorno o nel francese e nel russo da cui traduco, poco importa che non mi capiti mentre pratico il mio spagnolo a Madrid o seguo un corso intensivo a Dublino: rimane pur sempre una delizia accessibile a qualcuno, da qualche parte, là fuori.

Se la faccenda è pure una croce, però, è per motivi altrettanto seri. In primo luogo, perché si scontra con il sogno di qualsiasi esperto del mestiere convinto di essere in possesso degli strumenti che argineranno il potere dell’intraducibilità. Perché, di conseguenza, è una sconfitta frustrante. Perché spalanca le prospettive di una comunicazione umana potenzialmente illimitata, e poi però ci fa sentire incompleti, qualsiasi canale scegliamo di utilizzare per i nostri scopi. Perché non riesco a convincermi del fatto che il tiám, lo scintillio negli occhi al primo incontro, sia stato coniato sul serio solo in farsi – un peccato, non credete? Un vero spreco per il resto del mondo.

Ad ogni modo, di recente questo libro-regalo mi sono decisa a leggerlo. Me lo sono gustato con meraviglia, con malessere, con attenzione, specie per riconoscenza nei confronti dell’amica che lo ha scelto con tanta oculatezza. Ho raccolto gli spunti costruttivi e le fissazioni distruttive che suscitava in me e mi sono rassegnata al fatto che talvolta non si possa che essere lost, in translation. E che mi va bene, perché d’altronde – come scrive Amélie Nothomb – non si è mai così felici come quando si è scoperto il modo di perdersi. Dell’incompiutezza siamo i figli, dei limiti i fratelli. E spiegare a sé stessi l’intraducibile, accogliendolo come parte integrante della professione, significa quindi familiarizzare con la sfida che più di frequente ci viene posta ogni giorno: accettare anche ciò che è destinato a rimanere imperfetto, consci che proprio nello scarto fra quello che desideriamo e quello che manca risiede la bellezza più grande.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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