È da quasi tre anni che studio traduzione e interpretazione, e me ne occupo a livello professionale. Tre anni durante i quali mi è capitato di avere a che fare con le persone più svariate. Partendo dal multiproprietario di alberghi che, nel sentirmi enumerare le lingue che conosco, si è quasi offeso e ha sbottato «Ma va, mi prendi in giro?» solo perché oltre all’inglese e al francese c’era qualcos’altro, fino ad arrivare alla commessa di un punto vendita di una nota catena di scarpe e borse che, mentre ero entrata con un’amica straniera al seguito, mi ha detto con nonchalance: «Sì, tu fammi da Google Traduttore per favore, ché io non parlo la sua lingua e non riesco a spiegarle che promozioni abbiamo in negozio al momento».

A metà strada tra questi episodi piuttosto estremi, ce ne sono stati degli altri in apparenza più soft, ma che per un’addetta ai lavori rimangono davvero gravi. In particolare, mi ha colpito quella volta in cui mi ha contattato un tipo che non sentivo da anni per chiedermi un consiglio. Lui ha studiato spagnolo come me all’Università di Catania e, stando a quanto mi ha riferito, gli avevano appena proposto di tradurre verso il castigliano una raccolta di poesie. A lui che aveva giusto una laurea triennale in lingue straniere, e che è di madrelingua italiana.

Il suo dubbio, per quanto inverosimile possa sembrare, non riguardava l’incertezza fra accettare un incarico eticamente scorretto e il rifiutare una mansione retribuita. Figuriamoci. L’unico suo cruccio era: «Secondo te quanto dovrei farmi pagare?». Al che ho risposto che in tutta onestà non ne avevo idea, per il semplice motivo che non avevo mai pensato di occuparmi di una traduzione in attiva (cioè, verso la lingua straniera e non dalla lingua straniera alla mia lingua madre, nel qual caso si parla in gergo di traduzione passiva) nella mia vita, meno che mai di poesie.

Ho provato a spiegargli che è un genere difficilissimo, che se la sua formazione si è fermata a quella condivisa con me nello stesso Ateneo qualche anno prima non era certamente adeguata dal punto di vista formale, metrico, lessicale, linguistico, letterario e specialmente traduttivo. Ho tentato di convincerlo a desistere, a spiegare la situazione a chiunque gli avesse commissionato quell’impresa titanica. Ne andrà della tua reputazione, ho insistito, a maggior ragione poi se vuoi lavorare come traduttore.

Per tutta risposta, il mio conoscente mi ha ringraziato per la dritta e mi ha garantito che ci avrebbe riflettuto, per quanto la sfida lo allettasse. «Alla fine chi si accorgerebbe di qualche svista?» ha continuato a ragionare discutendo con me, «chi leggerà il testo in spagnolo lo farà perché non capisce l’italiano». Inutile dire che da quel momento in poi ho perso le speranze sul suo riscatto e anche sulle mie chance di averlo davvero convinto. Non ho più saputo come sia andata a finire, ma fossi in voi starei attenta se, durante un viaggio nella penisola iberica, vi doveste imbattere in una silloge contemporanea tradotta da una persona con il nome vagamente italiano.

Il fatto è che è una croce per chi traduce per mestiere non trovare tanto nel suo pubblico quanto nei suoi clienti il pizzico di cura che sarebbe sufficiente a evitare strafalcioni, lavori raffazzonati, strategie improvvisate, soldi letteralmente rubati a chi ha investito in una formazione seria e qualificata. È una croce perché chi opera su un testo e chi poi ne fruisce si accorge subito di alcune difficoltà e della maniera in cui è possibile aggirarle, attraversarle, trasformarle, addolcirle. Chi invece ha fretta di mettere in tasca qualche decina di euro o di rendere disponibile un qualunque tipo di contenuto a una comunità linguistica diversa dalla propria si lascia prendere dall’impazienza, dalla sommarietà, dallo scarso rispetto per il testo di partenza.

E il fatto, più di tutto, è che è una delizia per chi traduce maneggiarlo invece con cautela, maledirlo e poi valorizzarlo, benedirlo e poi vivisezionarlo, con il solo obiettivo di renderlo vivo anche all’interno di un’altra cultura mentre gli si fa dire quasi la stessa cosa, come avrebbe affermato Umberto Eco. È una delizia per pochi, a quanto pare, e sempre assediata da parecchie croci. Però è dolcissima, sul serio, e sempre più spesso penso che mi piacerebbe poterla condividere con chi ancora se l’è lasciata sfuggire di mano mentre inseguiva qualcos’altro. Dite che ci si riuscirà, prima o poi?

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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