Breve parabola delle riviste di controcultura, e dei suoi autori, che hanno fatto la storia del fumetto italiano.

 

Come ho anticipato nella chiusura della prima parte di questo articolo dedicato alle sperimentazioni tecniche e narrative portate avanti dai grandi autori italiani di fumetto tra gli anni 70 e 80, sulle pagine della rivista Frigidaire trovarono spazio due personaggi ‘cattivissimi’ entrati a pieno diritto nella storia del fumetto italiano: Ranxerox di Stefano Tamburini e Massimo Zanardi di Andrea Pazienza.

Ranxerox, coatto cibernetico nato dalla mente geniale di Stefano Tamburini, è stato costruito da uno studente di bioelettronica utilizzando i pezzi di una fotocopiatrice, è costantemente alla ricerca di una dose, in una Roma di un futuro non molto lontano, invasa da vucumprà, punk-teppisti e altra feccia. Il nome originale era Rank Xerox (ispirato al marchio delle famose fotocopiatrici), ma in seguito alle proteste della società produttrice, che intimava all’autore di modificare tale nome, esso fu trasformato in Ranxerox. Ranx, inizialmente disegnato dal suo creatore con la collaborazione di Pazienza e di Liberatore per le prime storie pubblicate su Cannibale, affrontò un cambio di look quando tornò sulle scene con le sue nuove avventure pubblicate a puntate sui numeri di Frigidaire. Da quel momento, infatti, le matite, le chine e i colori furono affidati a Liberatore che rielaborò in maniera superba i personaggi e le ambientazioni, raggiungendo uno straniante fotorealismo nel disegno e una perfetta simbiosi con le idee visionarie di Tamburini, che restava, comunque, l’ideatore e il curatore dei testi.

In un’intervista realizzata nel 1984 per Raitre nel corso della trasmissione Sulla carta sono tutti eroi di Guido Piccoli e Laura Ponta Cutolo, l’autore chiarisce il senso della violenza presente nelle storie del suo ‘coatto cibernetico’:

Laura Ponta Cutolo: Vorrei sapere se la violenza che tu racconti nelle tue storie è una violenza che tu sopprimi in te stesso e che poi esprimi attraverso il racconto.

Stefano Tamburini: Secondo me e Tanino è come l’uso della panna montata nei film di Charlot, cioè ogni pugno è come una torta in faccia. Siccome siamo negli anni ottanta, insomma, non è da prendere tutto alla lettera. È chiaro che un pugno ripetuto in uno stesso giornale cinque volte, come venti persone uccise, invece di una, è un effetto comico non un effetto drammatico, almeno secondo noi.

La violenza grafica e contenutistica delle avventure/disavventure del cyber coatto incuriosì persino la Gaumont, una storica casa di produzione cinematografica francese interessata a farne un film che purtroppo non fu mai realizzato, nonostante il lavoro di sceneggiatura fosse già stato avviato. Il fallimento di un progetto di tale portata rappresenta, a mio avviso, una occasione mancata di particolare gravità. Infatti, per la prima (ed unica) volta, c’era la possibilità di realizzare all’estero un film basato su un fumetto underground italiano.

L’altro ‘cattivo’ a trovare spazio e successo sulle pagine di Frigidaire fu il personaggio di Massimo Zanardi, perfido studente liceale, senza morale e dedito alla violenza, creato da Andrea Pazienza. Attraverso Zanardi egli scandagliava a fondo una intera generazione a cavallo tra gli anni 70 e 80 con l’obiettivo di rappresentare la violenza, la rabbia, la amoralità e soprattutto la noia dei giovani di quegli anni.

La rabbia di Zanardi ci obbliga a considerare le analogie con la terribile ultra-violenza praticata dal giovane Alex e i suoi droogies nel romanzo di Anthony Burgess A Clockwork Orange, poi magistralmente trasposto in versione cinematografica da Stanley Kubrick nel 1971. Nella realizzazione del suo Zanardi, perfettamente in linea con le scelte di fondo della rivista, Pazienza giunge ad una sintesi perfetta tra la violenza dei contenuti (storie di sesso e di droga che spesso sfociavano in agghiaccianti omicidi, come nella storia intitolata Giallo Scolastico) e l’impatto visivo della grafica sperimentale che presentava soluzioni incredibili e diverse, come ad esempio l’uso contestuale di diversi strumenti e stili, passando con naturalezza dal pennarello di largo spessore al pennello o dal realismo ad un sintetico stile cartoon. Nel merito Pazienza lancia una provocazione e, con l’intento di minimizzare ogni scelta di tipo stilistico, dichiara: “Non sono mai in grado di ricordare i numeri delle matite morbide e di quelle dure, così vado in cartoleria e compro. Alla fine magari succede che ho iniziato una storia a pennarello e mi finisce anche l’ultimo che ho in casa. Guardo negli armadietti e non c’è nulla che produca un segno anche approssimativamente simile. Sono le 7 di sera ed è sabato. Allora vado avanti con quello che trovo; uso di tutto: matite, pennelli, i colori di mio padre che è pittore” (intervista a cura di Luca Boschi, Referenze su Comic Art, n.33, maggio 1987).

Oltre alle evidenti differenze stilistiche sussistenti, ed esempio, tra Pentothal e Zanardi, appare assai diverso anche il metodo produttivo per la realizzazione delle storie, almeno per quanto attiene al recupero dell’ingabbiatura generale utile allo sviluppo del racconto e alla distribuzione delle vignette all’interno della tavola, al fine di scandire i momenti della narrazione. Dice lo stesso Pazienza: “Voglio ritrovare quella matematica che mi è mancata all’inizio. È quest’assenza, in fondo, che mi ha permesso di fare Pentothal, ma ora me ne devo assolutamente discostare” (intervista a cura di Franco Serra per Linus, 20 ottobre 1981, in A. Pazienza, Zanardi-Edizione critica, Milano, Baldini & Castoldi, 2002, p.98).

La sperimentazione nell’officina di Frigidaire era continua. A tal proposito, non si può fare a meno di menzionare l’originalissimo Snake Agent di Stefano Tamburini, fumetto ‘dada-punk’ (secondo la definizione dello stesso autore) in cui le tavole non sono realizzate con gli strumenti tradizionali del disegno, come le matite e le chine, ma utilizzando materiale originale di vecchi comics degli anni 30 (erano le avventure di Secret Agent X-9, al secolo Phil Corrigan, personaggio creato nel 1934 dal disegnatore statunitense Alex Raymond, conosciuto anche per Flash Gordon e Jim della giungla), fotocopiati e rielaborati dall’autore con l’uso del collage. La redazione di Sparagna sfruttò tutto il potenziale espressivo del fumetto, sperimentando, come abbiamo visto, le tecniche più diverse come la fotocopia, il collage, la fotografia e la pittura, considerando però assolutamente importante il contenuto. Fondamentale era, dunque, il messaggio che doveva essere sempre rappresentato da una soluzione grafica dirompente. Nobilitare il fumetto per avvicinarlo alla letteratura era lo scopo di ognuno di questi autori, ma fu Andrea Pazienza, prima degli altri, che raggiunse risultati strabilianti, realizzando un fumetto in forma di diario con una narrazione feroce e graffiante nel suo lavoro Gli ultimi giorni di Pompeo.

L’opera è un trionfo della narrativa per immagini. L’autore si consegna al lettore raccontando senza censure il suo difficile e complesso rapporto con una droga pesante come l’eroina. Le pagine di Pompeo sono vive e la scrittura fluida è accompagnata da un disegno a pennarello dal tratto spesso che, tuttavia, non appesantisce la lettura, conservandosi allo stesso tempo attraente e godibile. La scrittura è predominante ed è accompagnata da una o due illustrazioni per pagina, senza menzionare le tavole in cui Pazienza stravolge di colpo tutta la struttura dell’opera, ritornando al fumetto più classico con le sue gabbie e le sue tipiche vignette, salvo poi riprendere a sperimentare ancora realizzando delle squisite tavole pittoriche o altre in cui lo stile è stravolto completamente al punto di darci l’impressione di leggere un autore diverso.

Gli ultimi giorni di Pompeo è quindi un lavoro più letterario che classicamente fumettistico e potrebbe essere tranquillamente avvicinato alle storie (sempre legate all’eroina) dalle atmosfere cupe e stagnanti di Mark Renton e compagni raccontate dallo scrittore scozzese Irvine Welsh nel suo romanzo Trainspotting del 1993. Questa modalità di racconto autobiografico costituiva un’altra importante novità per il fumetto d’autore degli anni 80. Scrive il critico Luca Raffaelli: “…un tabù del fumetto fino alla fine degli anni Settanta era anche questo: gli autori non potevano raccontare se stessi. Il mondo del fumetto doveva sempre essere il ponte per un’altra realtà. È stato molto importante per il fumetto il rapporto con la satira per rompere questo meccanismo. Ma non c’è dubbio che la pioggia di autobiografismo arrivata con la nascita del prodotto “romanzo a fumetti” ha avuto in Pazienza il più forte e il più grande degli anticipatori” (L. Raffaelli, Le tante autobiografie di PAZ, in Tutto Pazienza, Vol.11).

Pompeo è generalmente considerato dal pubblico e da buona parte della critica il capolavoro di Pazienza, sia per l’importanza degli argomenti narrati che per la completezza del racconto. Potremmo addirittura affermare che con Pompeo si chiude un ciclo della vita artistica del giovane fumettista pugliese, poiché, subito dopo, inizia una nuova esperienza artistica: nel 1988 comincia a lavorare alla Storia di Astarte, purtroppo rimasta incompiuta. L’opera doveva essere il resoconto delle Guerre Puniche raccontate (intuizione geniale) dal punto di vista del cane da combattimento di Annibale.

Le tavole di Astarte, quasi del tutto prive dei precedenti virtuosismi di Pazienza, ancora legati ad un modo infantile di disegnare, mostrano ora, invece, un tratto più deciso e pulito, molto meno frenetico. Ogni tavola presenta una griglia più organica e razionale, entro la quale si distribuiscono le vignette che, rispetto al passato, risultano di minori dimensioni, anche se più ricche di dettagli raffinati e perfettamente studiati dal punto di vista tecnico. Tutto ciò evidenzia un metodo di lavoro sicuramente più professionale, indice di una maggiore maturità. Con quest’opera, infatti, Pazienza si separa definitivamente dall’autobiografismo che aveva caratterizzato quasi tutti i suoi lavori precedenti, per aprirsi a nuovi contenuti di ampio respiro storico-letterari. Di Astarte Pazienza riuscì a realizzare solo le prime dieci tavole, pubblicate un mese dopo la sua morte per overdose, sulla rivista di fumetti Comic Art (1) n.46 del luglio 1988. Per tutti coloro che conoscono a fondo il lavoro di Pazienza, e non soltanto le sue opere più famose, il non poter vedere completa la bellissima e terribilmente poetica storia di Astarte rappresenta una notevole perdita.

 

 

 

 

 

 

(1) Comic Art è stata una casa editrice e una rivista italiana di fumetti fondata nel 1965 da Rinaldo Traini.

Gianmarco De Chiara

Gianmarco De Chiara è nato Napoli il 5 Aprile del 1989. Dopo gli studi classici si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne dell’Università Federico II, laureandosi in Letteratura Inglese con una tesi sul rapporto tra Tolkien e il Medioevo e specializzandosi nel biennio successivo in Filologia Moderna con una tesi sperimentale, ancora in Letteratura Inglese, sul rapporto tra Letteratura e Fumetto. Alterna l’interesse per la scrittura con quello per il disegno e il fumetto, sperimentando anche altri linguaggi espressivi come la grafica, l’illustrazione, la pittura e il cinema. Collabora con diverse realtà editoriali, anche indipendenti, in veste di autore o in qualità di illustratore e grafico. Nel 2008 ha fondato la rivista Malefico e alla fine del 2010 Fumé, rivista di fumetto, arte e cultura. Nel 2015 ha esordito con il suo primo romanzo Dove stanno le lucertole, edito dalla casa editrice Homo Scrivens, e con la stessa casa editrice ha pubblicato, nel 2017, il secondo romanzo A sud della mia persona.

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