Questa volta è probabile che qualcuno di voi ne sappia perfino più di me sulla tematica, dato che le mie informazioni al riguardo risalgono quasi tutte a questa settimana. Mentre ero a Trieste per delle lauree di alcune amiche traduttrici, infatti, fra i nostri discorsi è venuto fuori quello degli adattamenti italiani dei film animati prodotti dallo Studio Ghibli, che ha esportato nel mondo i capolavori del giapponese Hayao Miyazaki. È stato così che ho scoperto l’esistenza di Gualtiero Cannarsi, un abruzzese diplomato nel 1995 al liceo scientifico e che dal 1996 lavora come traduttore e doppiatore per aziende del calibro di Columbia Pictures Italia, Buena Vista Italia e, per l’appunto, Lucky Red, la quale distribuisce nel nostro Paese i cartoni del celebre artista nipponico.

Selezionato grazie alla petizione di una quarantina di utenti di un forum, Cannarsi si è distinto fin da subito per la sua totale incapacità in materia, che ha reso incomprensibili i dialoghi di parecchi lungometraggi e scatenato insanabili dibattiti sul Web, diventati ancora più aspri nel momento in cui proprio a lui Netflix ha affidato il doppiaggio dell’anime Neon Genesis Evangelion. Il lavoro effettuato dallo pseudo-professionista ha scatenato a tal punto le proteste del pubblico che la serie è stata tolta dal sito e ri-affidata da zero alla VSI – Voice & Sound International, con dialoghi a cura di Fabrizio Mazzotta e Paolo Cortese. La notizia ha provocato l’ira di qualche fanatico impaziente, ma dall’altro lato dovrebbe evitare che si verifichino nuovamente casi di orrori di traduzione quali:

(Fonte: Gli sconcertanti adattamenti italiani dei film Ghibli)

Per farmi un’idea completa sull’argomento ho letto interviste a Cannarsi, lettere aperte in suo favore, articoli di opinione contrari e approfondimenti di critica*, giungendo alla conclusione che lo si è spesso condannato per i motivi sbagliati, per quanto gli strali contro il suo operato non siano affatto infondati di per sé. Per arrivare alla radice del problema senza giri di parole, basti dire che Cannarsi non è un traduttore di professione: non si era formato neanche lontanamente per svolgere la professione quando ha intrapreso le prime collaborazioni e conosceva il giapponese in quanto appassionato di manga e anime, non di certo per via di un’educazione linguistica certificata.

Gli mancano, quindi, i due requisiti necessari a portare a termine la commissione di un doppiaggio con dignità, in particolare se la lingua di partenza ha complessità numerose e diverse da quelle a cui siamo abituati in Italia. La sua fedeltà all’originale, unita al desiderio di mantenersi coerente ed elegante rispetto al testo giapponese, lo ha allora portato in maniera inevitabile a operare secondo dei criteri insensati, illogici, infondati, inaccettabili e soprattutto aleatori, per non dire del tutto arbitrari e soggettivi. La trasformazione in film ambigui e dai dialoghi ridicoli era quantomeno inevitabile.

Ciò su cui vorrei riflettere in questa sede, però, non è tanto la mancanza di professionalità di Cannarsi, sulla quale non ci sono dubbi e che è perfettamente inutile che venga difesa da esperti di cinema, di arte, di storia o di altre discipline che niente hanno a che vedere con gli studi di traduzione in senso stretto: preferirei analizzare in breve, invece, i motivi per cui un simile personaggio si è affermato ed è riuscito a fare carriera nonostante le sue evidenti lacune e il suo approccio assurdo. Che gli utenti di un forum di otaku eleggano un doppiatore di fiducia con sole 46 firme (fra le quali nessuna di esperti del settore) è già inammissibile, ma ancora più grave è che una casa di produzione non scelga di affidarsi a chi vanta una formazione adeguata e comprovate esperienze di successo.

La questione, pertanto, non concerne la capacità o meno di “adattare” il giapponese al mondo occidentale – quasi che traduzione e adattamento siano concetti fra loro antitetici, come si legge in alcuni interventi apparsi su internet. Il fatto è che da noi mancano ancora sensibilità e fiducia nei confronti dei traduttori di professione, non si comprende la differenza fra un doppiatore improvvisato e un plurilaureato, né si ha interesse a pagare di più un servizio che un personaggio interessato all’argomento e supportato da fan affezionati può portare a termine con meno pretese. Una croce che rimane tale da decenni, insomma, sia per gli addetti ai lavori che per i fruitori poi di film e cartoni animati, a causa della quale il nostro Paese continua a sfigurare a livello internazionale e che si trasformerà in una delizia quando “cannarsi”, in tutti i sensi, non sarà più un’opzione.

 

*Cfr. anche gli articoli dedicati a: Metodo, Titoli, Dialoghi e Canzoni.

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

5 Comments on “Cannarsi, non un verbo ma un cognome spinoso

    1. Eva Luna Mascolino

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