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Messieur Vian, ovvero l’uomo dietro a un sorriso.

 

Non ha tempo da perdere, lui, deve vivere, adesso. Certo con stile, magari contro ogni logica. Urgente, sempre, anche con la consapevolezza di fallire, di cadere in basso per poi comunque rialzarsi e sorridere nuovamente a tutti, un’altra volta, da capo. Questo è Boris Vian, l’uomo dall’ingegno sagace, versatile come non mai in molti aspetti dell’arte. Infatti messieurs Vian non è solo un romanziere: è poeta, traduttore, critico, paroliere, ingegnere, musicista; scrive di teatro, fa il pittore, l’attore, adora il jazz e frequenta jazzisti famosi come Duke Hellington e il clarinettista Sidney Bechet.

Ma le sue frequentazioni sono anche pranzi con Jean-Paul Sartre e la moglie Simone de Beauvoir, intellettuali di punta dell’esistenzialismo francese, i quali non esita a criticarli nella sua satira in La schiuma dei giorni, forse uno dei migliori romanzi francesi del secondo dopoguerra: una struggente, quanto mai assurda, storia d’amore. E molti altri artisti ancora, come lo scrittore Raymond Queneau che introduce Boris tra i patafisici e nella grande casa editrice Gallimard con il romanzo Vercoquin e il plancton e altri sui scritti, quasi tutti clamorosamente falliti.

 

Siamo nella Francia del dopoguerra, Parigi, una realtà risorta dall’occupazione nazista e che adesso vorrebbe solo divertirsi per lasciare alle spalle l’incubo passato.

Ai francesi piacciono gli americani. Dopo la Liberazione, d’altronde, la Ville Lumière è la capitale europea del jazz. E c’è spazio anche per gli scrittori d’oltreoceano, naturalmente. Così Boris e l’editore Jean d’Halluin inventano Vernon Sullivan, lo pseudonimo che Boris Vian usa per alcune sue pubblicazioni. Il trucco è semplice: per aggirare la censura francese, con quel nome, Boris e Jean presentano al pubblico la storia di uno scrittore nero, censurato negli U.S. per motivi razziali. Perfetto. Siamo nel 1946 e i due danno alle stampe Sputerò sulle vostre tombe, un hard-boiled vendicativo con un perfetto mix di violenza, sesso, alcol e macchine a tutta velocità. Un nero che sfida l’alta borghesia dei bianchi e il loro strapotere. Il libro è un successo. In poco tempo autore ed editore vendono migliaia di copie. Ma Boris viene scoperto, il trucco dello pseudonimo non piace alla critica letteraria. Messieurs Vian viene quindi processato e condannato a pagare una multa con diversi zeri.

Boris si scontra con la morale di Francia, che gli sega le gambe stroncandogli tutti i suoi libri. Opere che denunciano la società del tempo grazie alla satira e all’assurdo: contro il razzismo, contro la guerra e le logiche del mercato dell’arte. Un artista decisamente all’avanguardia, ma Boris non ha la fortuna che merita. L’eclettico artista però non si arrende. Giammai. Continua a scrive canzoni (a noi ne arrivano almeno 500), tra queste Le Déserteur (Il disertore), incisa nel ’54, famosa per aver denunciato l’orrore di tutte le guerre, praticamente una lettera aperta indirizzata al monsieur le Président, il presidente di Francia, il quale evidentemente non gradisce tanto essere preso per le rime. E il nostro Boris Vian non sarebbe Boris Vian, infatti, se anche in questa occasione le istituzioni non gli censurano la canzone sequestrandogli il disco. Via!, processato e multato di nuovo. La pubblica morale non lo molla un momento.

Ora Boris sembrerebbe messo davvero male: nessuno vuole più interpretare le sue canzoni, non conviene. Così ci pensa direttamente lui a farlo. Ed davvero molto bravo. Con la sua piccola tromba sempre a portata di mano, di spettacolo in spettacolo poco alla volta la gente comincia finalmente ad apprezzarlo.

Ma Boris Vian è un poeta maledetto. E contro ogni logica continua a fare quello che fa pur sapendo che sarebbe morto prematuramente. All’età di dodici anni, infatti, gli diagnosticano una patologia cardiaca. Il male caratterizza tutta la sua vita, ne è ben conscio. Però grazie alla sua esuberante vitalità sa mettere da parte ogni ombra per regalarci tutto se stesso.

È un martedì mattino del 23 giugno 1959, Boris siede in un cinema di Parigi, il Marbeuf, dove stanno proiettando la pellicola tratta dal discusso romanzo Sputerò sulle vostre tombe. L’artista non è felice di quella interpretazione cinematografica, la discute animatamente fino a decidere di non volere più il suo nome nei titoli di testa. In sala le luci si spengono, messieur Vian comincia a sentirsi male: il cuore lo chiama. Muore poco tempo dopo la proiezione, a soli 39 anni.

Nel 2020 la Francia ha festeggiato il centenario dalla nascita dell’autore. Una Francia con una pubblica morale decisamente diversa dalla fine della Seconda guerra mondiale, e che addirittura difende la libertà di bestemmiare. Chissà cosa avrebbe potuto dire Boris per il suo centenario, certamente non sarebbero mancati i sui sorrisi beffardi, la sua satira graffiante e le sue parole danzanti.

Nasce nel 1983 nella stanza 12bis di una Milano evidentemente ancora superstiziosa. Subito dopo, fatti i dovuti scongiuri, la sua famiglia lo alleva in Piemonte, a poche decine di chilometri dal confine svizzero. Nonostante una forte depressione riesce ad ottenere un diploma come perito tecnico. Nel 2004 parte come volontario tra gli alpini paracadutisti. Con il tempo però capisce che la parole sono più forti della mitraglia. Si congeda dopo la morte della madre. Diventa pubblicista grazie alla collaborazione con un giornale locale. Scrive racconti. E infine il privilegio di diventare padre di due splendidi bambini con la fortuna di potersene occupare.

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