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La genesi di questo intervento si deve a una mattina di marzo in cui avevo un appuntamento in centro città alle otto e mezza del mattino e sono arrivata prima. Nell’attesa ho ascoltato più musica del previsto e grazie ai suggerimenti automatici di Spotify mi sono imbattuta con sedici anni di ritardo in Non dirle che non è così di De Gregori, un brano in grado di folgorarmi già al primo ascolto. Al secondo ascolto ho letto meglio il titolo e fra parentesi ho notato un curioso If you see her, say hello, che ho digitato subito su Google.

È stato allora che ho scoperto un paio di cose. La prima: conosco davvero poco la storia del cantautorato italiano e straniero. La seconda: De Gregori, fra le altre cose, ha trasposto nella nostra lingua alcune canzoni a dir poco straordinarie di Bob Dylan, mantenendone il più possibile gli arrangiamenti. E la traduzione? Ecco, oggi ne parliamo un po’ più nel dettaglio, anche perché nel più recente 2015 l’artista romano ha pubblicato un intero album in omaggio al grande compositore statunitense, De Gregori canta Bob Dylan – Amore e Furto, in cui è racchiusa in sintesi l’essenza di ogni traduzione: l’ammirazione per il testo di partenza e la sensazione di sottrarlo al suo autore stesso non appena lo si trasforma in un altro idioma.

Nel caso in questione la faccenda deve essere stata particolarmente complicata, perché nessuno dei due talenti coinvolti si limita a cantare, né si accontenta di un testo qualsiasi. Entrambi hanno un universo di simboli ad accompagnarli, un mondo metaforico a declinarsi di volta in volta nelle loro strofe, una coerenza di fondo a cui non vogliono rinunciare e uno stile peculiare che li rende unici, ciascuno a modo proprio. Se ci si mettono di mezzo anche strumenti musicali, arrangiamenti, ritmi e accenti, si capisce che incidere un disco simile deve essere stata davvero un’impresa maestosa.

Oltretutto, «un conto è adattare, riscrivere, fare del bricolage dylaniano, un altro è tradurre Dylan in rima e metrica. Perché i testi di Dylan sono zeppi di doppi, tripli, quadrupli sensi, giochi di parole, espressioni idiomatiche rese letterali ed espressioni letterali trasformate in idiomatiche. Come trasporre tutto questo in un’altra lingua?», si è chiesto il massimo dylaniano italiano, Alessandro Carrera, su Ytali.com. Senza contare che spesso in Dylan ci sono riferimenti religiosi poco conosciuti nel nostro Paese, o che in generale nei secoli non sono rimasti proverbiali nella cultura popolare, nonostante la matrice cristiana comune.

Così, De Gregori ha compiuto l’unica scelta possibile, ovvero quella di non snaturare né le parole né le note concepite decenni prima da Dylan. Ha preso la poesia e ha fatto sì che si trasfigurasse in poesia nuova, al tempo stesso fedele al testo inglese e in qualche maniera inedita – «la funzione di una traduzione è anche quella di allargare la propria platea», ha dichiarato d’altronde proprio lui 4 anni fa, riferendosi alla possibilità che le nuove generazioni italiane scoprano attraverso il suo album alcuni capolavori del cantautore americano. Le rime, le allusioni, gli aggettivi, l’ordine delle idee: è tutto delicatamente diverso, riformulato, “degregoriano”, eppure non per questo rubato o copiato al Bob della musica.

In quella che rimane la mia traccia preferita del disco (seguita a ruota da Non è buio ancora, Un angioletto come te e Una serie di sogni), per fare un esempio su tutti, « Oh, whatever makes her happy / I won’t stand in the way / though the bitter taste still lingers on / from the night I tried to make her stay» è diventato «Se c’è un altro che le sta accanto / certamente non sarò io / a mettermi fra di loro, / puoi giurarci che non sarò io». Il protagonista che ha perduto l’amore, nella versione italiana, ricorda in un altro passo la notte in cui si è separato dalla sua donna, però l’effetto mantenuto nelle due strofe è uguale: una forma di bontà e di rispetto per l’altra persona, mescolata a un’amara nostalgia e al cambiamento inaspettato della vita e del significato di ogni frase.

Una croce, se vogliamo dire così, perché Bob Dylan è teoricamente intraducibile; e una delizia, perché praticamente cantarlo in italiano, se si capisce il “verso”, in realtà si può. Specie se è De Gregori a metterci la firma e la voce.

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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