Qualche mese fa, mentre ero in treno, ho incontrato una signora distinta e con un background culturale piuttosto consistente, con la quale mi sono messa a chiacchierare per un po’. Parlando di studi e professione di entrambe, quasi subito ci siamo confrontate sulle lingue di nostra conoscenza, finché lei non mi ha detto: Eh sì, mia figlia è bilingue, ha studiato tedesco a scuola e infatti mi fido di lei quando mi servono dei testi da mandare in Germania. La linguista che è in me ha sorvolato sulla faccenda, ma oggi ci ritorna con un certo cipiglio.

Essere bilingui o trilingui, infatti, non significa conoscere più di una lingua tout court, bensì essere un parlante nativo in quello specifico codice. In altre parole, significa avere appreso attivamente e passivamente una lingua in una fascia di età compresa fra i 3 e gli 8 anni, durante i quali si è quindi ascoltato, conversato, letto e scritto secondo delle regole ben precise su più livelli.

Perché, allora, c’è una simile confusione generale sull’argomento? Perché, come purtroppo accade spesso, l’apprendimento delle lingue e le diverse professioni a esso collegato non è visto nella sua reale complessità e non si conosce fino in fondo. Per lo stesso principio per cui chi studia olandese da tre anni all’università viene considerato bilingue dai genitori, dopotutto, chi studia letteratura inglese si ritiene in grado di fornire servizi di traduzione negli ambiti più svariati, o chi ha trascorso un soggiorno di un mese in Russia si improvvisa interprete di trattativa alla prima occasione utile.

Ancora peggiori i casi di chi ha una certificazione in spagnolo, per esempio, e ritiene di potere elaborare, correggere o tradurre un testo verso la lingua straniera, o di chi non ha mai studiato grammatica portoghese ma è sicuro di riuscire a trovare lavoro come diplomatico. Situazioni paradossali, quasi divertenti, che tuttavia si verificano con più frequenza di quanto non si voglia ammettere e che ancora una volta sottolineano la scarsa cognizione di causa con cui ci si rapporta a un mondo vario, complicato e serio come quello della comunicazione interlinguistica a qualunque livello.

Per non parlare di chi, dall’altro lato, è fermamente persuaso del fatto che parlare un dialetto fin dalla nascita sia un peccato di cui vergognarsi, ma che superare con il massimo dei voti un esame di ungherese sia un traguardo del quale vantarsi. Ci sarebbe dunque da domandarsi come si possa erroneamente percepire una tale differenza fra lingue e dialetti, quando in realtà l’unica differenza «tra un dialetto e una lingua è di natura socio-politica e non cognitiva», secondo le parole di Antonella Sorace, professoressa di Developmental Linguistics e direttrice del centro Bilingualism Matters all’Università di Edimburgo.

A prescindere da quale sia la coppia di lingue in questione, infatti, uno studio del 2017 condotto da un team di ricercatori della Abertay University nel Regno Unito, insieme alla Aachen University in Germania, ha dimostrato che «entrambe le varianti linguistiche (quella nella lingua inglese e quella in dialetto) sono sempre attive, ma per sceglierne una è necessario in qualche modo “sopprimere” l’altra. E questo lavoro rappresenta un “costo fisiologico” per il cervello che deve effettuare lo switch, lo scambio, fra una forma linguistica e l’altra»*.

Una croce spiegarlo ogni volta a chi, per restare in tema, usa la lingua senza conoscerla e definisce impropriamente conoscenze proprie e altrui. Una croce ancora più pesante farlo capire a datori di lavoro approssimativi o a clienti altrettanto superficiali, che talvolta non premiano la professionalità perché non sono neppure in grado di riconoscerla. L’unica delizia del mestiere del traduttore in queste circostanze? La consapevolezza che per sfatare ogni falso mito è necessaria la stessa competenza che i più non riescono a individuare, perché quando la si trova in un esperto e si coglie la differenza con la sua “concorrenza sleale” non se ne vorrà né saprà più fare a meno.

*Cfr. Per il cervello il dialetto è come una seconda lingua

Eva Luna Mascolino

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *