Il file col pezzo che dovevo scrivere per questa settimana è andato perduto. L’avevo salvato sul cloud e, al momento di riaprirlo, l’ho trovato vuoto. A quel punto avrei avuto due possibilità: rimettermi all’opera trattando lo stesso argomento, oppure prendere spunto creativamente dall’accaduto e cambiare rotta. Ho scelto la seconda opzione, per quanto possa sembrare la più azzardata.

L’ho fatto perché sono proprio le decisioni più strambe che a volte si ritrova a prendere un traduttore, naturalmente dopo secoli di dubbi e consultazioni multiple. E perché, dopotutto, è una faccenda interessante da discutere e forse poco trattata, dato che la gente dall’esterno tende a sottovalutarla. Si suppone che il traduttore abbia spesso delle soluzioni standard a cui rifarsi, o che di fronte a certi dilemmi possa rifugiarsi dietro a un’alternativa razionale, collaudata, convincente… E invece no.

Il lavoro del traduttore, anzi, si basa per lo più su bivi impervi, ai quali non c’è quasi mai segnaletica. Da un lato, un’idea piatta – fedele, magari, ma neutra per il destinatario e a osservarla da vicino neppure troppo brillante; dall’altra, un salto nel vuoto. Un neologismo ardito, un realia che necessiterebbe di una piccola glossa esplicativa o ancora un gioco di parole che potrebbe non essere apprezzato pienamente. Prendersene la responsabilità è una croce, intuire la strada giusta una delizia.

Prendiamo il caso di Bandersnatch, il film interattivo firmato Netflix che è uscito il 28 dicembre e che costituisce la più recente componente del franchise di Black Mirror. Si tratta di una vicenda fanta-distopica con uno sviluppo in diversi scenari paralleli a seconda del singolo spettatore, che viene chiamato ad esprimere la propria preferenza al verificarsi di alcuni specifici snodi della trama.

Mi è venuto in mente non soltanto perché i fruitori della sua proiezione sono costretti anche loro a barcamenarsi fra più aut-aut, ma soprattutto perché fra la versione in inglese e quella tradotta e poi doppiata in italiano ci sono alcune variazioni interessanti. In uno degli scenari possibili, per esempio, un personaggio si ritrova a poterne chiamare un altro a patto che ne ricostruisca il numero di telefono estrapolandolo da svariati frammenti di conversazioni avvenute in precedenza.

Le cifre 4 e 1, per citarne due, in inglese si devono dedurre dalla frase One for all and all for one (in italiano uno per tutti e tutti per uno), dove for suona come four (4) e one corrisponde a 1. In italiano, si è optato per Ci faremo in quattro, che consente effettivamente di risalire alla prima cifra. Non deve essersi trattato di un compito facile da portare a termine e sarebbe interessante scoprire come se la siano cavati in coreano, magari, o in portoghese, o in arabo.

Nonostante la resa nella nostra lingua funzioni, non è comunque priva di difetti. Se, infatti, cinque cifre su sei sono facili da scovare, l’ultima è letteralmente inesistente. Non c’è nessun corrispettivo per all for one, non viene proposto il flashback di una qualche scena che aiuti nell’intuizione del numero da inserire e, di conseguenza, si ha una possibilità sui 10 numeri della tastiera presenti di raggiungere il destinatario desiderato e arrivare a uno specifico finale della storia.

Un errore non indifferente, derivabile da una leggerezza in fase di traduzione o da altre motivazioni non ancora rese note, ma che ha inficiato l’esperienza del pubblico italofono e ridotto la coerenza interna del lungometraggio, conducendoci a un caso paradigmatico in cui prendere la scelta sbagliata, dimenticarsene o preferire addirittura l’astensione può risultare letteralmente fatale.

Come ci si può però assicurare di decidere con saggezza?, chiederete voi. Di sicuro conoscendo profondamente lingua, cultura e target di riferimento nel testo originale e in quello di arrivo, evitando gli eccessi e le licenze basate sul mero gusto personale – avendo, cioè, una cognizione professionale dell’attività che si svolge, senza sottovalutare il fatto che «le scelte giuste vengono dall’esperienza, e l’esperienza viene dalle scelte sbagliate», ma senza nemmeno limitarsi all’essenziale laddove venga richiesto un contributo immaginativo efficace. Senza un salto di qualità simile, uno scarto necessario fra genialità e rischio, non ci sarebbero né traduttori pazzi né dibattiti che valga la pena sollevare.

Eva Luna Mascolino

Eva Luna Mascolino è nata nel 1995 a Catania, dove si è laureata in Lingue curando la prima traduzione mondiale di "Cap Africa", una raccolta poetica del tunisino Moncef Ghachem. Dal 2016 si è invece trasferita a Trieste per studiare russo, francese e rumeno alla Scuola per Traduttori e Interpreti. Affascinata delle parole fin da sempre, nel 2010 ha vinto il Premio di Poesia Kivanis in un concorso locale e ha iniziato a collaborare con il quotidiano online "Voci di Città" nel 2011, di cui è stata caporedattrice e vicedirettrice. Nel 2015 ha poi vinto il Premio Campiello Giovani con il racconto "Je suis Charlie" e recensisce adesso narrativa per il blog "Il Rifugio dell'Ircocervo", oltre a gestire la pagina facebook "Eva Luna racconta" e a essere in trattativa per una prima pubblicazione editoriale. Chiacchierona e assetata di risposte, ama viaggiare per l'Europa con fotocamera alla mano, guardare serie tv e strimpellare il pianoforte.

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