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Lo avremo visto tutti, o quasi. Che siate amanti o meno del genere fantascienza in senso stretto, infatti, Arrival ha fatto scalpore per via della trama fuori dal comune ed è stato in concorso alla 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2016, oltre a essere tratto da un racconto (Storia della tua vita) del famoso scrittore statunitense Ted Chiang, che ha vinto numerosi premi ed è apprezzato a livello internazionale per l’originalità delle sue storie.

Ne parlo oggi perché, a differenza di quanto accade di solito, questa pellicola ha alcuni meriti significativi nel riconoscere l’importanza della figura di traduttori e interpreti all’interno della società, pur con alcune sbavature più e meno serie che cercheremo di analizzare insieme. Partiamo da una breve sinossi della trama: dopo l’arrivo di 12 bizzarre astronavi aliene sulla Terra, l’esercito americano contatta alcuni esperti di diverso tipo per determinare le intenzioni degli extraterrestri e capire se si trovino sul nostro pianeta per scopi pacifici o bellici.

Fra le personalità che vengono consultate c’è Louise Banks, una docente di materie linguistiche che viene definita «un’autorità in tutto il mondo nel campo delle traduzioni», con particolare riferimento ai suoi studi di sanscrito. Per tale ragione, il colonnello Weber irrompe nel suo studio spiegandole di avere qualcosa che l’insegnante dovrebbe tradurre per lui e facendo partire senza altre spiegazioni un file audio da un registratore portatile, che riproduce suoni impossibili da ricondurre a un linguaggio umano. Di fronte alle esitazioni della dott.ssa Banks nel collaborare in qualità di mediatrice, traduttrice e interprete con gli UFO, il militare lascia il suo ufficio sollecitandola a ripensarci con le parole «Questa non è una trattativa», in riferimento all’urgenza mondiale di capirci di più.

Se mi fossi fermata alla scena iniziale, probabilmente sarei uscita dalla sala cinematografica in cui mi trovavo di gran corsa. È quantomeno inverosimile, infatti, che una studiosa di testi antichi venga ingaggiata per una missione simile, in cui è necessaria sì la decodifica di un codice, ma con modalità e requisiti ben differenti, per non dire a sé stanti. Oltre a ciò, tradurre qualcosa è ben diverso dall’ascoltare su due piedi e senza alcuna contestualizzazione una serie di suoni prodotti da extraterrestri non meglio identificati: si tratterebbe, piuttosto, di un’interpretazione, che richiede delle competenze di tutt’altro tipo – e in ogni caso incompatibili con la figura di una docente.

Ciliegina sulla torta, «questa non è una trattiva» è una frase a dir poco ambigua per un esperto del settore, dal momento che la trattiva designa proprio una tipologia di interpretazione professionale. È vero, quindi, che quella in questione non sarebbe una trattativa – piuttosto una simultanea o una consecutiva –, ma è altrettanto vero che Louise Banks non sarebbe stata la candidata più adatta per aiutare il team, come lei stessa tenta all’inizio di spiegare all’interlocutore, né avrebbe alcun senso portare una registrazione di scarsa qualità a una linguista, traduttrice e professoressa, anziché a un’interprete qualificata.

Se assistere a strafalcioni e leggerezze di questo tipo anche quando si va al cinema nel tempo libero può diventare una croce per chi svolge uno dei mestieri coinvolti, va però ammesso che nella sua evoluzione il film riesce comunque a farsi perdonare. L’approccio comunicativo interculturale per il quale opta la protagonista è efficace e sensato, sebbene il resto della squadra in un primo momento non ne sia persuaso. La pazienza, la passione e le competenze di Louise Banks sono in realtà la chiave di volta per interagire con gli alieni in maniera efficace, evitando crisi diplomatiche e guerre interplanetarie inutili, e raggiungendo degli obiettivi di cooperazione straordinari e ben studiati.

Così, da un lato interpreti e traduttori vengono ancora in parte confusi e assimilati a professioni molto lontane fra loro, eppure dall’altro lato il grande schermo ha stavolta il merito di riabilitare quantomeno l’importanza di un mediatore all’interno di un’équipe orientata a comprendere la mentalità e le intenzioni di una forma di vita extraterrestre. Una storia non esente da difetti, quindi, ma che è consigliabile vedere (e leggere) non tanto per i suoi risvolti fantascientifici in senso stretto, quanto piuttosto per la luce che getta sulla difficoltà e sul fascino di alcuni lavori-chiave delle società contemporanee, siano esse minacciate da astronavi misteriose o meno.

La catanese Eva Mascolino, 24 anni, si è specializzata in Traduzione alla Scuola per Traduttori e Interpreti di Trieste nel 2018, concludendo gli studi con il massimo dei voti con una tesi di traduzione letteraria dal russo, dopo avere svolto tre scambi all'estero nel corso della sua formazione universitaria. Vincitrice del Premio Campiello Giovani 2015 con il racconto "Je suis Charlie", collabora con riviste e magazine culturali (fra cui Sul Romanzo, Letteratitudine, Argo, L’Irrequieto, Sicilian Post), oltre a essere una copywriter e traduttrice freelance da quattro lingue per svariate agenzie multiservizi. Nel 2018 ha pubblicato il racconto "Vladimir’s Blues" con Aulino Editore, mentre con "L’uomo di colore" è stata in finale al Premio Chiara Giovani 2018. Attualmente vive a Catania, dove ha di recente svolto il ruolo di collaboratrice editoriale per la prima edizione del festival letterario EtnaBook.

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