Tetralogia: “Lady Lazarus”

di Donatello Cirone

 

“Presto, presto la carne/ che il severo sepolcro ha divorato
tornerà al suo posto su di me,/ e sarò una donna sorridente.”
(“Lady Lazarus” di Sylvia Plath)

La caffetteria

myself (pastello ad olio) di Martina Figliomeni
Myself di Martina Figliomeni, pastello a olio

Strati di polvere ammantavano tutti i mobili e il tavolo e le sedie, il letto, la credenza, gli armadi, la cucina, la cintura che pochi anni prima aveva segnato la schiena e le cosce di Ginevra. Tutto era coperto dalla polvere e dal tempo, dalla noia. Il silenzio, prima desiderato, adesso era un grande martello che batteva come il pendolo di un cucù rotto sul cranio vuoto di Mario che dondolava in mezzo alla stanza. Le serrande abbassate rimandavano i raggi al mittente, fuori la vita scorreva con la stessa monotonia di qualche anno prima, quando con lui in stanza respirava anche Ginevra.

La luce spenta lasciava quel pezzo di mondo al silenzio e lo restituiva alle tenebre.

Al numero 4 di via Gravidi Mariti, Chiara si accarezzava il ventre tondeggiante. Da ormai quasi tre mesi non riusciva più a vedersi il pube e i suoi peli, poteva solo accarezzarli, passarci la mano, sentirli morbidi. Ogni tanto si guardava allo specchio, non si piaceva il lunedì, il mercoledì si amava, il sabato era triste, la domenica, forse, felice. Lievitava il suo corpo e con esso anche i suoi squilibri ormonali. Cresceva, lentamente cresceva un altro corpo dentro al suo, una relazione millenaria che Chiara faceva fatica a vivere. Dal primo test fino al primo sorriso di Ferdinando subito dopo averglielo detto. Si era chiesta infinite volte se fosse più giusto abortire, farla finita, non diventare mamma. Non aveva dormito tante notti e per altrettante aveva fatto l’amore senza chiedersi il perché, riprendeva solo ciò che tutte le altre donne prima di lei avevano barattato con la morale e l’etica, non aveva mai buttato via un’occasione di amore, mai un’esperienza che le avrebbe portato felicità, aveva la sua vita, le sue scelte, la sua essenza. Sceglieva lei dove dormire e se dormire, se amare solo per una notte o per due. Sceglieva lei se amare, e chi. Sceglieva lei se concedersi e cosa concedere: carezze, tazze colme d’amore o semplicemente niente…Continue reading


Era solo amore

“Voglia di casa” di Antonella Restagno

Un grosso fiume di sospiri attraversava la stanza di Erminia, penetrava nei muri, nel materasso ricamato, si infiltrava tra le crepe, riempiva i cassetti metallici, si arrampicava lentamente sul soffitto umido, si nascondeva fra la credenza e la scrivania, proprio come faceva lei da bambina quando in tavola c’era la sogliola. Lunghissimi sospiri agitavano l’intero reparto, così profondi che sembrava provenissero da una gola stretta e profonda, come se tutti i venti del mondo salissero impetuosi da quell’unica fessura, lastricata di granito ruvido, disegnata da soprarilievi antichi. Mille gocce di ansia le perlavano il collo, il petto, il seno, si concentravano sull’areola, sui capezzoli appuntiti dal freddo e dalla paura, mille goccioline che formavano un laghetto dentro il suo ombelico. Il pube era asciutto, le grandi labbra adagiate secondo natura e le piccole divelte, le cosce strette, le caviglie e i polsi segnati dalle legature, le dita dei piedi una sull’altra. Il collo era rigido, i capelli lisci, gli occhi lucidi, le unghie spezzate come la sua speranza. La fronte brillava sotto la luce bianca. Le mani erano fredde, il cuore sezionato da uno specializzando boia.
La gravità doppia la spingeva verso il pavimento gelido, verso il basso, un basso fatto di mattoni chiodati… Continue reading


Le api sorridono anche di notte

“Controversia” di Silvia & Frank

Il gabbiotto era accogliente. La sedia, sulla quale era seduta, era morbida, sembrava volesse accarezzarla proprio come un paio d’anni prima aveva fatto Antonio poco prima di lasciarla per sempre. Era andato via Antonio, in Messico, ed era morto lì, stroncato da un’infezione. Nessuna morte eroica, come dovrebbero morire i giovani ma una morte come tante altre.
Sorrideva sempre Antonio, una risata felice e delicata come il ronzare delle api in cerca di fiori. Le piaceva immaginarlo felice proprio tra gli alveari, tra quelle creature che tanto amava, a gustarsi il miele che con tanto amore avrebbe confezionato.
Si erano salutati teneramente come fanno due che si amano veramente, romanticamente come si salutano solo quelli che sono incappati in un amore impossibile, uno di quegli amori che nascono con la stella del desiderio, un amore che si consuma velocemente. Si erano amati con la consapevolezza che tutto sarebbe stato impossibile, che tutto sarebbe finito.

Il gabbiotto era accogliente. Il vetro davanti ai suoi occhi spenti e grigi per fortuna teneva lontani dal suo nasone a patata sputi e aliti ai profumi di aglio, acciuga e cipolla.

Da una fessurina la gente faceva la sua domanda e lei, senza battere ciglio e senza emettere alcun suono, stampava un biglietto con sopra un numero di sala e di posto e un titolo…Continue reading


Sibilo d’amore

di Donatello Cirone

Alle pareti, come schizzi d’amore improvvisi, colava il sangue che poco prima le irrorava il cuore e le gambe, e il cervello e tutti gli altri organi. Era stesa a terra con il respiro debole e le mani fredde. Un rivolo rosso porpora le scivolava lungo il ghigno che i pugni di prima le avevano disegnato su quella faccia ormai tumefatta: l’occhio destro era quasi del tutto chiuso dal gonfiore, la palpebra sinistra graffiata, il labbro inferiore bucato, un lobo era saltato. La pelle del ventre era nera come la pece e le gambe sembravano uscite da fitti cespugli di rovi amari. Eppure, aveva ancora quel ghigno disegnato su quel viso sfatto dai colpi, un bel ghigno da combattente. Avrebbe voluto, forse, combattere per professione, ma non era mai stata incline a sacrificarsi più del dovuto e “si combatte solo per due motivi” – le diceva da sobrio suo nonno – “fame o rabbia”. E aggiungeva: “tu ragazza mia non hai né l’una né tantomeno l’altra!”
Il nonno, il pugile l’aveva fatto davvero e di cazzotti ne aveva lasciati a giro e ne aveva presi un bel po’. Aveva combattuto tra l’Italia e il Belgio dove era finito persino in carcere per aver quasi pestato a morte uno che gli aveva gridato: “Italien de merde”.

Intorno ai tredici anni, il germe della poesia le aveva avvelenato l’anima e da quel momento tutto era diventato diverso: un viso non era più solo un viso, ma uno specchio dell’anima e non desiderava più come desideravano le sue coetanee. I ragazzi erano diventati angeli da adorare e, anche se precocemente ad alcuni ne aveva toccato le ali…Continue reading



 

Fondatore de L’Irrequieto, nato nella valle del Sauro, in Lucania, il 28 giugno del 1986.
Ha pubblicato due silloge poetiche: La vita di una morte, LibroItaliano, Ragusa 2005 e Gl’oratori del nulla, Amorsog et Oream, Il filo, Roma 2007.
Scritti pubblicati su L’Irrequieto.

donatellocirone@irrequieto.eu



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