Il tempo sul ponte

di Omar Suboh

 

«Buongiorno teorico del cinema, come sta?»
«Bene scrittore, e lei?»
«Non c’è male, grazie. Mi chiedevo, ma cosa ne pensa delle nuove piattaforme on demand per i cinefili del futuro?»
«Penso siano la prova della morte del cinema».
«In fondo sono anche utili, no? Io stesso ho fatto un sacco di scoperte strepitose!»
«Ah sì, e quali per esempio?»
«Mah non so, così su due piedi mi viene in mente Funeral Parade of Roses, quello di Matsumoto. Nella didascalia si leggeva “riscoperte”, e mio dio, quel film è di una bellezza abbacinante… è del 1969».
«Sì ho ben presente di che film si tratti, è una sorta di rilettura dell’Edipo re ma in salsa LGBT, il protagonista è un travestito che passa le notti facendo sesso in giro e frequentando un giro di artisti e cineasti d’avanguardia. Sicuramente un film di spessore… peccato sia alla mercè di chiunque. Sa, caro scrittore, io sono uno di quelli che nel Novecento sarebbe stato chiamato un reazionario. Non credo nella democrazia, e sono convinto che l’accesso, mi permetta di usare questo termine, indiscriminato a tali gioielli dell’arte sia un danno per le opere stesse».
«Ricordo di aver visto un film introvabile in uno di questi siti, lo avevo cercato in giro, ma niente, nelle biblioteche manco a parlarne… credo fosse una delle prime cose di Rohmer, il breve film è ispirato liberamente a un racconto di Tolstoj, La sonata a Kreutzer, e racconta la storia di una ossessione per la moglie da parte del protagonista, convinto che lo tradisca. È insospettito dall’ambiente che lo circonda, tra cui distinguiamo anche la sede dei Cahiers du Cinéma a Parigi, infatti nel film spiccano i vari Godard, Chabrol, Truffaut, il fondatore stesso del giornale, André Bazin… insomma diventa anche il pretesto per tuffarsi nel clima culturale dell’epoca, quella della Nouvelle Vague! Tornando al plot, per farla breve, una sera scopre la moglie in compagnia di un violoncellista, a cui aveva già messo gli occhi addosso durante una festa in cui erano capitati assieme, e la uccide colpendola ripetutamente con un coltello. L’attualità di questo mediometraggio è disarmante, pensiamo alle notizie che dilagano nei giornali sulla violenza diffusa nei confronti delle donne, e poi, soprattutto, raccontato il quel modo, così poco convenzionale, con nessuna battuta tra i personaggi e, come unico contrappunto, il quasi ininterrotto flusso di coscienza del protagonista, che espone i fatti dal suo personalissimo, e malato, punto di vista, il tutto accompagnato da un motivo musicale che guida lo svolgimento delle sequenze per tutta la durata dell’opera… ah, e dimenticavo di ricordare che il protagonista è interpretato da Rohmer stesso! È la prova di un cinema-letteratura, cosa che nessuno si sogna ormai di fare più».
«Aspetti, a me viene in mente Charlie Kaufman, ha visto Synecdoche? Sì, in generale sono d’accordo, ma in concreto, cosa sta cercando di dirmi? Guardi che non cambio parere».
«Aspetti, sto solamente cercando di raccontarle la mia esperienza. Potrà sembrare azzardato affermarlo, ma secondo me queste piattaforme sono utili».
«Vede, caro scrittore, lei vive in bilico tra due scelte, a mio modesto parere, inconciliabili tra loro: da un lato, vorrebbe rigettare il mondo, come un apocalittico incapace di accettare il corso degli eventi che, come un fiume, travolgono tutto quello che incontrano lungo il loro percorso; dall’altro, invece, vorrebbe integrarsi, sentirsi realizzato e apprezzato dagli altri, essere riconosciuto per quello che fa e per quello che produce. Ma, per come la vedo io, questi due modi di stare al mondo non potranno mai andare d’accordo, né tantomeno conciliarsi. Di questo rifiuto, qualcuno lo ha sposato con una tale coerenza che non si può che tributargli il nostro plauso, ha deciso di andare sino in fondo, al punto di togliere il disturbo… Il cinema è un atto religioso. È come con i giornali per Hegel: la preghiera laica del mattino. Quando mi dedico alle immagini in movimento prego ogni volta, e per farlo mi reco nei luoghi preposti: i cinema. Le sale sono come dei rituali di passaggio. Ogni volta che cala il buio, quando lo schermo luminoso assume forme psichedeliche ed evanescenti, come in una fantasmagoria, mi sento parte di un tutto. L’atomo di un flusso continuo di particelle subatomiche invisibili, ma parti della stessa rete. Il silenzio, quando scende come la notte, nella sala è parte integrante dello spettacolo, niente può guastare quel momento. Il rito collettivo della partecipazione emotiva e intellettuale del cinema non potrà sostituirlo nessuna piattaforma a pagamento».
«Su questo non posso darle torto, ha ragione lei. Rimane una lacuna incolmabile nella dialettica generalista, bisognerebbe scavare nelle origini della parola stessa: ‘cinema’. La magia di questa parola, come tutte o quasi, deriva dal greco e serviva a designare il movimento: la rappresentazione del movimento. L’intuizione più grande a cui giunsero i primi registi fu la capacità di associare alle immagini una narrazione, uno sviluppo scandito dai singoli fotogrammi. Oggi, la crisi delle sale sembra irreversibile».
«Il cinema, come arte, oggi è praticamente morto. Come doveva esserlo la lirica ai tempi di Wagner, il cinema attraverso le sue innovazioni, penso al flashback, le dissolvenze, il piano sequenza, lo zoom, si prefiggeva di diventare l’arte emblematica del nostro secolo, ma non è stato così. Pensiamo alle trame… chi, oggi, si avventurerebbe in intrecci complessi? A parte qualche raro caso che le citavo prima».
«Secondo me lei sta esagerando. Ci sono ancora molti registi in vita che non hanno abbandonato lo spirito degli esordi… penso a Wenders, Herzog, Jarmusch, ma la lista potrebbe continuare. E poi allora cosa dovrei dire io? Che non riesco a trovare non dico un editore, ma uno straccio di rivista che pubblichi almeno un raccontino… la crisi del cinema è anche, in parte, quella della letteratura».
«Le uniche cose che ho apprezzato davvero, recentemente, sono di Matthew Barney. Penso a Cremaster 5, l’uso che viene fatto, ad esempio, della musica in quell’opera è davvero geniale. Rimaniamo nella sfera sperimentale, e, come lei saprà, quella non sconfina mai oltre l’ambito di una cerchia ristretta. Immagino che sia lo stesso anche in letteratura… è in atto un processo di infantilizzazione dello spettatore».
«Le case editrici non si possono permettere più di pubblicare un esordiente e non vendere. E poi, soprattutto, chi cazzo sono io? Il mondo ha davvero bisogno di un altro scrittore, famoso al massimo per una settimana? O è cambiato qualcosa anche nella percezione generale, via social, del suo ruolo e, più in generale, dei libri? Ma torniamo a noi…»
«Le sezioni immobili di movimento, quelle contano: il movimento è una traslazione nello spazio. Hegel parlava già di ‘fine dell’arte’. Dal momento in cui non fosse più stata in grado di fornire una definizione di sé stessa, mossa dal bisogno incessante di una giustificazione filosofica che la legittimasse, avrebbe concluso il suo ciclo naturale. Il contenuto, l’idea spirituale, che prevale sulla forma: ecco, che cosa decretava la sua morte. E lo stato dei fatti sembra dargli ragione. Vede, caro scrittore, ciò che conta davvero è il concetto, la spiritualità dell’artista. Il tempo che scorre può essere stretto dalla morsa dell’idea, può apparire sotto varie forme, come negli appartamenti svuotati negli interni catturati da Ozu, o nelle strade vuote, immobili, di Antonioni. Il concetto di tempo è ciò che cerco nel cinema».
«E perché, mi scusi, le piattaforme annullerebbero questo tema?»
«In un certo senso sì. Dando in pasto una serie di contenuti preconfezionati, come il cibo in scatola, costruendo a tavolino il cinefilo perfetto, quello da salotto, come dite voi giovani, hipster, buono solo per fare bella figura in giro. Dove va a finire la ricerca? Che cosa rimane dell’autonomia di un individuo, quando capitalizzi anche il tempo?»
«Caro teorico, mi torna in mente un caso di questi mesi, ha sentito parlare del film francese Cuties
«Prego?»
«Beh, mi scusi, in breve è la storia di una ragazzina di undici anni di origini franco-senegalesi incastrata da un lato dalle tradizioni musulmane della famiglia e, dall’altro, attratta dal fascino occidentale della bellezza, e in particolare di una nuova forma di ballo: il twerking. Lei lo conosce signor teorico?»
«Vada avanti, la ascolto…»
«In sostanza, come le ho detto, la protagonista è molto giovane, così come le sue coetanee con cui si unisce in una sorta di crew del twerk, e fino a qui tutto bene (come nell’Odio, ha presente?), il fatto è che il film viene accusato di sessualizzare il corpo delle ragazzine, riprese in pose ammiccanti e, per farla breve, viene accusato di istigazione alla pedofilia. Sa quanti soldi ha perso la piattaforma che lo ha prodotto? 9 miliardi in un solo giorno, per via di una campagna di boicottaggio che reclamava a gran voce di disdire l’abbonamento a una piattaforma che si permetteva di raccontare una realtà sotto gli occhi di tutti… potrei farle l’esempio di altri social network molto in voga, ma non è questo il punto… la questione, mio caro teorico, è un’altra: che cosa può raccontare l’arte oggi
«Mi faccia capire, sta cercando di dirmi che il merito di questa piattaforma, al di là della qualità artistica o meno del film citato, è che ha accettato di produrre un film che nessun altro avrebbe avuto il coraggio di proporre di questi tempi?»
«Esatto! Vede, lei lo sa meglio di me… negli anni ’70 la censura aveva un potere altissimo, venivano tagliati interi film, sottoposti a sequestro e addirittura veniva sentenziato di bruciare (al rogo!) le pellicole incriminate, il caso di Ultimo tango a Parigi è forse quello più famoso… il punto è molto semplice, chi giudica non ha nessuna cognizione delle arti di cui parla. Quello che vedo sotto ai miei occhi è una sorta di puritanesimo morboso, il turbamento di un onanista che vuole estendere a tutti la sua repressione. L’arte, tutta, è sempre stata fuori legge, o è tale o non è arte».
«Su questo sono d’accordo con lei. La vera rivoluzione però, mio caro, deve partire dall’intimità di ciascuno, altrimenti è tutto inutile quello di cui stiamo parlando. In un altro mondo, ciascuno dovrebbe avere i mezzi, le capacità, per capire da sé, attraverso la via della propria coscienza, cosa ha valore e cosa no, senza il bisogno di nessuna commissione di controllo».
«Ma lei si rende conto che in questi anni è stato chiesto a gran voce di smettere di insegnare Aristotele perché considerato misogino? Jean Genet è stato apostrofato come la checca amico dei terroristi (i palestinesi)? Sartre e Simon De Beauvoir sarebbero dei collaborazionisti… Pasolini ridimensionato a pedofilo, addirittura è partita una campagna per chiedere di abolire lo studio dell’Odissea di Omero, perché considerata poco inclusiva e razzista! Si parla di un vero e proprio movimento a proposito, la cancel culture, guidata dalla campagna #DistruptText, o una cosa simile…»
«Era inevitabile. Il grande sogno totalitario di una umanità omologata, normata e controllata in tutti gli aspetti del proprio vissuto, era già stata denunciata in diverse opere… basti ricordare la bella prova di Truffaut in Fahrenheit 451. Tutto viene ricondotto entro i limiti del politicamente corretto, e nessuna voce può uscire dal coro».
«Mi sembra, caro teorico, che siamo giunti a una conclusione in cui ci troviamo perfettamente d’accordo».
«Be’, sì in effetti anche le sue argomentazioni non erano male…»
«Allora ora correrà a farsi un qualche abbonamento in una delle piattaforme a pagamento?»
«No».
Le due sagome, come due viandanti nel tempo in cerca della migliore strada di fronte ai bivi, continuarono a passeggiare lungo i viali a ridosso del Pont Neuf. Sembravano due amanti, come Juliette Binoche e Denise Lavant, nel film di Leos Carax. A ogni passo sul selciato, come uno scoppiettio di scintillanti fuochi di artificio sullo sfondo, il suono puro che si generava frantumava i resti della loro conversazione e, a distanza, qualcuno era disposto a giurare che continuarono a parlare delle stesse cose per tutta la notte.



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