Divieti nel cielo

di Michele Lamon

 

Ai tempi della scuola, quando viaggiavo quotidianamente in treno, mi capitava di scorgere nel cielo dei segnali di divieto. Neutri, generici segnali di divieto: anelli di colore rosso attraversati da una striscia obliqua altrettanto rossa. Fermi in alto, giganteschi ma traslucidi, come se fossero originati da una dilatazione abnorme ed eterea delle normali insegne stradali.
Se poi il tempo era bello e consentiva alle nuvole di addensarsi e giostrare con le correnti, accadeva un ulteriore fenomeno: le nuvole assumevano delle forme, forme identificabili, come in effetti spesso succede, solo che in queste circostanze gli oggetti che esse rappresentavano mi erano familiari, perché facevano parte dei miei ricordi o perché comunque, in un modo o nell’altro, mi appartenevano.
Io ero stato uno di quei bambini che contemplano le nuvole. Tanti, in tutto il mondo, facevano come me. Lo so grazie ai cartoni animati. Era immancabile, in almeno una puntata, la scena in cui i personaggi, stesi sull’erba o appoggiati a una ringhiera, contemplavano le nuvole. Era un’attività diffusissima.
Ricordo che mi bastava una rapida occhiata per indovinare nelle nuvole creature, navi, battaglie.
Dopo una certa età, come tutti, ho smesso. Ma ora, quasi che si fosse generata una reazione a questo abbandono, o magari addirittura a un presunto venir meno della fantasia, le nuvole che mi inseguivano nei tragitti in treno si erano fatte più precise e realistiche, al punto che mi capitava di riconoscervi i ritratti di persone della mia cerchia: parenti, amici, compagni…
Assunte queste forme così nette e note, le nuvole si disponevano dietro i segnali di divieto e in tal modo li specificavano, sia nel soggetto, perché diventavano divieti di qualcosa o di qualcuno, che nell’indirizzo, essendo evidentemente io il destinatario dei bizzarri messaggi.
Le prime volte mi sono chiesto come fosse possibile che fenomeni così imponenti, per quanto effimeri, si occupassero di un essere anonimo e comune, e soprattutto come fosse possibile che tale essere anonimo e comune fossi proprio io. Ma poi ho capito, o meglio, ho trovato l’unica spiegazione plausibile. Le nuvole cambiano aspetto a seconda della posizione dell’osservatore. Forse le nuvole riescono a far vedere, e a proibire, quello che specificamente vogliono per ciascuno dei loro spettatori.

Una volta, durante un viaggio in treno, accadde che sollevai l’attenzione dai pensieri e attraverso il finestrino vidi campeggiare contro l’azzurro uno di quei gelatinosi segnali di divieto.
Alcune nubi vi si collocarono dietro e fecero la caricatura di profilo di un viaggiatore dietro il finestrino di un treno. Riconobbi quel profilo: ero io.
Mi decisi, aprii un quaderno e per la prima volta descrissi, preciso e particolareggiato, il fenomeno dei divieti nel cielo.
Avevo appena finito e stavo rileggendo, soddisfatto del lavoro, quando percepii una massa scura vicino a me. Alzai la testa e vidi un uomo in divisa che mi fissava impassibile. Si trattava di un individuo di mezza età, ben piazzato, con i tratti poco marcati, scivolosi alla memoria.
Gli porsi il biglietto ma lo ignorò. I suoi occhi puntavano sopra di me, fuori della carrozza.
Guardai con lui il segno nel cielo, guardai di nuovo l’uomo e costui annuì, senza sbilanciare di un grammo l’espressione del volto. Strappai, in una sorta di ubbidienza trasognata, il foglio dal quaderno e glielo consegnai. Ero incapace di spiegarmi la soggezione che provavo, volevo però che se ne andasse al più presto.
L’uomo in divisa prese il foglio, lo controllò, non lo lesse ma constatò che era scritto su una sola facciata. Valutò con le dita lo spessore della carta e poi, esibendo una misteriosissima abilità, partendo da un angolo aprì in due il foglio. Separate che ebbe le facciate, trattenne quella scritta e mi riconsegnò quella in bianco.
Mi aspettavo un congedo formale, un saluto marziale, invece venni oltrepassato come un ostacolo di poco conto. L’uomo attraversò il corridoio senza fermarsi presso altri passeggeri e sparì dietro la porta scorrevole in fondo al vagone.
Allora, come moto di ribellione al sopruso, appoggiai sul quaderno la pagina bianca restituitami, ridotta a una sottigliezza quasi impalpabile, e cominciai a scriverci sopra. E perché fosse una ribellione significativa vi scrissi cose molto belle, riguardanti i giorni feriali, che stillando nascondono la loro indole oceanica, e la delicatezza delle stelle nello starci incommensurabilmente lontano, così da poter esserci amiche.
Arrivato alla fine della pagina dimidiata, avevo un poco smaltito la furiosa indignazione. Mi appisolai, con la penna ancora in mano e in grembo il quaderno sopra il quale avevo poggiato il foglio.
Nel risvegliarmi mi mossi e il foglio scivolò via. Dopo qualche lieve ondeggio a mezz’aria, si adagiò sul pavimento del vagone. Per colmo di sfortuna, la pagina cadde sulla superficie scritta (logicamente, del resto: era la parte più pesante). Siccome si trattava dell’unica superficie rimastagli, l’altra essendo stata asportata dall’uomo in uniforme, il foglio, esponendo il lato che non aveva più, divenne di fatto invisibile.
Lo cercai a lungo, a tentoni sul pavimento, ma non fui in grado di ritrovarlo. Forse le correnti dell’impianto di condizionamento l’avevano sospinto sotto i sedili o in qualche angolo inaccessibile.

Mi spiacque moltissimo aver smarrito quel foglio, anche perché non seppi riscriverlo bene come mi era venuto la prima volta. Lo slancio, a causa della siesta, si era smorzato.
Mi spiacque così tanto che da allora, cercando di essere discreto per limitare le brutte figure con gli altri passeggeri, ogni volta che prendevo lo stesso treno appoggiavo le mani sul pavimento del vagone e univo le punte delle dita, nella speranza di pizzicare il mezzo foglio perduto.
Non ebbi fortuna. Né le nuvole si sono mai scomodate a disegnare le eleganti e originali parole che scrissi a proposito dei giorni feriali e delle stelle.
Però, qualche tempo dopo, su di un segnale di divieto che mi apparve lontano ed enorme fuori del finestrino, degli agili cirri inscrissero le parole di questo resoconto, che, lo preciso ora, non è opera mia.
A me non era venuto in mente di farlo, non provo alcun gusto nel registrare uno smacco. Ho inoltre il sospetto che sia inelegante e stupido vantarsi di aver scritto qualcosa di molto bello senza poi esibirlo.
Però, visto che si trovava tutto lì pronto davanti a me e non dovevo fare alcuno sforzo creativo, ricopiai sul quaderno le parole composte dai cirri. Cioè queste parole.

Come mi aspettavo, appena messo il punto finale, dopo ‘parole’, sopraggiunse l’uomo in divisa. Non tendeva la mano, non parlava: era già chiaro cosa dovessi consegnargli. Guardavo l’uniforme inappuntabile, il volto impassibile, i galloni indecifrabili.
Questa volta non ubbidii all’inespresso ordine perentorio. Ripresa invece in mano la penna, tracciai con insistiti passaggi un segnale di divieto intorno al mio scritto.

Trascorsi il resto del viaggio ad ammirare la campagna primaverile fuori dal finestrino. Prendendo il treno in un tragitto consueto, sempre alla stessa ora, appaiono familiari territori che in realtà non si conoscono.
Ogni volta che il treno rallentava osservavo la vegetazione a ridosso dei binari. Si trattava di piante di sambuco, costellate delle loro infiorescenze, ombrelli di un colore bianco cremoso. Prima di scendere me lo annotai.



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